Finanziaria italiana e pensione a 60 anni

Proposta: un nuovo dipendente under 40 per un nuovo pensionato over 60.

E’ tanto che sentiamo parlare di crisi, di lavoro che non c’è, di finanziarie da rifinanziare, di disoccupazione giovanile al 40%.

Ovviamente noi poveri e comuni mortali siamo proprio poveri e comuni e quindi non siamo capaci di fare i ministri e neanche i funzionari e non conosciamo i bilanci dello stato. Ma abbiamo un pregio: siamo stufi di non poter dire la nostra, che tanto nessuno se ne frega nulla.
Sarebbe bello se questo post, per cretino che sia, fosse letto da tanta gente. Non per fare pubblicità al mio sito (non sono un economista), ma per dare voce a chi non ce l’ha e ne ha diritto.
Il post l’ho chiamato Finanziaria, perché noi “poveri ma onesti”, come diceva il buon Massimo Troisi, ci piace atteggiarci da grandi strateghi e siccome sappiamo gestire al meglio la partita che il nostro tecnico ha perso, siccome sappiamo chi avrebbe dovuto vincere Sanremo, sappiamo pure come si fa a trovare posti di lavoro.
Fuori dagli scherzi io mi sono preoccupato di cercare di abbassare anziché alzare l’età pensionabile, portandola da 67 a 60 anni, con qualche euro in meno ma qualche certezza in più, specialmente per i nostri figli, che colpe non ne hanno se abbiamo avuto la peggior classe politica della storia!
Se creassimo un milione di posti di lavoro a 1.650 euro netti al mese per 12 mensilità, avremmo per ciascun dipendente un costo lordo in busta paga di circa 2.280 euro al mese. Ciò genererebbe un introito mensile per l’INPS di circa il 33% del totale, quindi circa 752 milioni di euro. Per un anno sarebbero 9 miliardi di euro.
Ovviamente ciò al netto delle imposte che andrebbero allo stato per le vie fiscali (4,1 mld) e senza considerare le altre imposte indirette che verrebbero generate da un milione di posti di lavoro in più e quindi da un milione di nuovi aventi reddito che potranno spendere i loro soldi anziché quelli dei genitori (2,1 mld). Ipotizzando infatti una spesa del 70% di ciascun reddito avremmo entrate per IVA (mediamente al 15%) di circa 173 milioni di Euro al mese).
Con queste entrate lo Stato potrebbe mettere a riposo 750.000 over 60 a 1.000 euro al mese (che sarebbero davvero pochi ma per buona parte delle famiglie sarebbe il doppio tra moglie e marito), solo con le entrate INPS.
In pratica stiamo parlando di una piccola manovra finanziaria che porterebbe le seguenti conseguenze:
entrate per nuovi assunti: 9 miliardi
uscite per nuove pensioni: 9 miliardi
entrate per IRPEF: 4 miliardi
entrate per IVA: 2 miliardi.
Ovviamente questo “studio” non tiene in considerazione un miliardo di cose e si sa bene che un milione di posti di lavoro sarebbero non tutti in più, considerando che ci sarebbero le dismissioni degli over 60, ma insomma, si tratta di un piccolo contributo di poveri comuni mortali “poveri ma onesti”.

Siamo tutti disposti ad ascoltare le parole di tutti purché non rompano troppo. Bene, rompetemi pure che io non mi offendo, tanto che abbiamo da perdere se parliamo qualche volta anche noi di “cose per i grandi”?

VIOLETA PARRA – CENTO ANNI DI POESIA

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.
 Mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto
 così io distinguo la gioia dal dolore
 le due essenze che formano il mio canto
 E il vostro canto che è lo stesso canto.
 E il canto di tutti che è il mio proprio canto.

(da Gracias a la vida)


 Cammino per un momento
 Per le strade, senza meta,
 Vedo che sono al mondo
 Senza nient’altro che l’anima nel corpo.
 Miserie e tradimenti
 S'intrecciano ai miei pensieri,
 E tra le acque e il vento
 Mi perdo nella lontananza.

(da El amor)

Se potessero ingabbiare il sole 
 Lo farebbero assai volentieri,
 Di notte, sera e mattina
 Lo vorrebbero accaparrare.
 Per fortuna che per riuscirci
 Ci vogliono le palle.

(da La esperanza)

Neanche l’uomo più cinico
 Può restare indifferente
 Se brilla nella nostra coscienza
 Amore per i propri simili.
 
 Non perdo le speranze
 Che un giorno qualcosa s'aggiusti,
 Un giorno questa povera gente
 Avrà un bel cambiamento!
 Il toro si ammansisce solo
 Montandolo bene a pelo.
 Non ho nessuna paura
 Di vederlo a gambe all'aria
 Quando si rigirerà la tortilla:
 Il ribaltamento a cui tanto aspiro.

(da La Esperanza)

 L’11 settembre del 1973 si spensero le luci della democrazia a Santiago del Cile. Un violento colpo di stato annientò il governo di Unidad Popular di Salvador Allende e con la sua le vite di Victor Jara, di Pablo Neruda, ma anche di Luis Sepulveda, pur se sopravvissuto e cantore ancora oggi della bellezza della vita e dei ricordi di tante cose splendide, oscurate ma immortali. Insieme a loro se ne andarono tanti uomini donne e bambini, in parte massacrati dalla furia omicida, in parte annientati nel loro stesso credere dì poter creare “el hombre nuevo”.

Ironicamente in quegli anni, ma prima di quel giorno, un giovane Angel Parra andava cantando:

Mi piace la democrazia - Lo dico con dignità

se si sente tintinnio di sciabole - è una pura coincidenza

(da La democrazia)

E purtroppo la sua simpatica e cogente ironia si sarebbe rivelata presto piena di ragioni.

Questo giovane cantante cileno, che con la sorella Isabel andava in giro a portare la musica de “La nueva cancion chilena” era figlio di Violeta Parra (4 ottobre 1917 – 5 febbraio 1967), poetessa, cantante, pittrice, scultrice, anima del Cile. Nei piccoli brani citati all’inizio in qualche modo si può trovare l’intera sua vita e l’intero suo percorso di amore, di lotta, di speranza, di gioia, di malinconia.

Gran parte della gente che la conosce probabilmente ha fatto questo incontro ascoltando gli Inti Illimani, che tante sue poesie e canzoni hanno cantato negli anni, o ascoltando incantati Gracias a la vida nel canto-lamento di Gabriella Ferri o nel canto di speranza di Herbert Pagani o dall’usignolo Joan Baez. Ma, credetemi, senza nulla togliere ad alcuno, ascoltare Violeta è un’altra cosa.

La sua testimonianza oggi, a 50 anni dalla morte e a 100 dalla nascita, è più che mai presente, attenta, veritiera e come lei, triste, allegra, disperata, perennemente innamorata del suo uomo, della gente, della justicia, di Dios, della Virgen Señora. Non è facile convivere con la serenità di Violeta, con la sua arte senza sentirsi perennemente interrogati, né è facile parlarne per ricordarla a tutti nell’approssimarsi del 5 febbraio, giorno in cui si tolse la vita, pur rimarcando, come sempre, il suo innamoramento di essa e il suo “gracias a la vida que me ha dado tanto”.

In questo piccolo e insignificante scritto ho pensato di esprimere questo estraendo alcuni piccolissimi brani dalla sua immensa e splendida opera e particolarmente dal “Canto para una semilla”, adattamento di Luis Advis del suo Décimas, traducendo per l’ennesima volta quelle parole, mille volte tradotte, ma mai pienamente comprese:

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.
 Mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto
 così io distinguo la gioia dal dolore
 le due essenze che formano il mio canto
 E il vostro canto che è lo stesso canto.
 E il canto di tutti che è il mio proprio canto.

L’ultima strofa di Gracias a la vida, una delle ultime sue canzoni, quasi un commiato nel quale esprime, con serenità e gioia, la gratitudine per quanto ha avuto, di bello e di brutto, senza distinzioni e preferenze.

Cammino per un momento
 Per le strade, senza meta,
 Vedo che sono al mondo
 Senza nient’altro che l’anima nel corpo.
 Miserie e tradimenti
 S'intrecciano ai miei pensieri,
 E tra le acque e il vento
 Mi perdo nella lontananza.

Una sensazione espressa in El amor. In un momento particolare della sua vita. Anche però nei momenti più tristi, dove “miserias y alevosìas anudan mis pensamientos” mantiene almeno l’anima nel corpo, per non perdersi del tutto e per ripartire da lì.

Violeta Parra quindi tiene sempre presente che la sua lotta non potrà essere sconfitta da una semplice delusione d’amore perché “d’amore non è morto mai nessuno”, e quindi lucidamente riprende da dove aveva lasciato, sapendo che alla fine vincerà la giustizia, sempre che non manchino, come spesso accade ancora oggi, la denuncia e la proposta:

Se potessero ingabbiare il sole 
 Lo farebbero assai volentieri,
 Di notte, sera e mattina
 vorrebbero accaparrarselo.
 Per fortuna che per riuscirci
 Ci vogliono le palle.

E subito dopo, con forza d’animo e desiderio di lotta si trova a esprimere la speranza e la forza della ribellione, donna piccola ma sempre indomita e gigantesca:

Neanche l’uomo più cinico
 Può restare indifferente
 Se brilla nella nostra coscienza
 Amore per i propri simili.
 
 Non perdo le speranze
 Che un giorno qualcosa s'aggiusti,
 Un giorno questa povera gente
 Avrà un bel cambiamento!
 Il toro si ammansisce solo
 Montandolo bene a pelo.
 Non ho nessuna paura
 Di vederlo a gambe all'aria
 Quando si rigirerà la tortilla:
 Il ribaltamento a cui tanto aspiro.

 

Ecco che la “tortilla” si rigirerà e quindi non ci sarà scampo per niente altro che per la verità “si brilla en nuestra conciencia amor por los semejantes”! E Violeta, fino alla fine, ha immaginato la grande fiesta che ci sarà nel mondo alla vittoria dell’amore per i propri simili:

Tutto sarà in armonia,
 Il pane con lo strumento,
 Il bacio e il pensiero,
 Il dolore e l'allegria,
 La musica scivolerà
 Come la carezza di una madre!
 Che si abbellisca l'aria
 Spargendo intorno speranza.
 Per la gente cambierà tutto
 Lo dico con grazia! 

 (da Cancion final)

 

Per chiudere con Luis Advis e Inti Illimani, come non citare la loro “Canto a los caidos” quando dicono:

Ci son torrenti che scorrono sotto la terra,
 come morte che in vita germinerà.
 Così arde nelle vene una parola.
 La sua parola che cresce,
 un sole nuovo alimenta ogni sguardo,
 come grano seminato,
 quando accanto a una mano ci son mani fraterne

Le mani fraterne che ha sempre amato Violeta Parra.

Luigi Tenco: il poeta visionario ucciso dal tempo e la sua splendida attualità

Avevo compiuto 10 anni da due giorni, quel benedetto 27 gennaio 1967 che qualche anno dopo sarebbe stato proclamato “giorno della memoria”. E quel colpo di pistola e la nostra ignoranza portarono Luigi alla morte, aldilà di tutte le storie che poi ci hanno dipinto sopra. In fondo per me il giorno della memoria, prima di quello che ora è, è stato il giorno in cui un ragazzino, poco più di un bambino, cresce improvvisamente per un colpo di pistola che gli porta via il primo idolo amato!
Ero stato colpito da “Lontano lontano”, da “Angela” e da “Un giorno dopo l’altro”, ma quel giorno rimasi folgorato da “Ciao amore ciao”, dalla struggente e impressionante interpretazione di Luigi. Qualche giorno dopo, papà e mamma mi regalarono il 45 giri: dietro c’era la canzone PIÙ, quella che mi avrebbe aperto degli orizzonti dai quali non sarei mai più tornato a essere un bambino, anche se grazie a quei pensieri, in fondo, lo sarei sempre restato:
“E se ci diranno
che per rifare il mondo
c’è un mucchio di gente
da mandare a fondo
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi sentirsi dire che è stato un errore
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno
che nel mondo la gente
o la pensa in un modo
o non vale niente
noi che non abbiam finito ancora di contare
quelli che il fanatismo ha fatto eliminare
noi risponderemo
no no no no

E si ci diranno
che è un gran traditore
chi difende la gente
di un altro colore
noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara
fare cose di cui ci dovremmo vergognare
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno che è un destino della terra
selezionare i migliori attraverso la guerra
noi che ormai sappiamo bene che i più forti
sono sempre stati i primi a finir morti
noi risponderemo, noi risponderemo
no no no no”.
Per tanti anni mi sono ostinato a credere che Gigi Mai fosse stato ucciso. Oggi, passati 50 anni, questo non è più importante come un tempo: anche se fosse vero, e in fondo credo davvero che lo sia, quella morte ha eternato un “poeta visionario” vissuto brevemente ma intensamente attorno al suo sax e al suo sguardo struggente, un poeta visionario ucciso dal tempo che era troppo indietro rispetto a lui, più che da un vile proiettile.
Oggi sono cresciuto e tante storie hanno attraversato la mia vita, sono perennemente innamorato della musica e della voglia di cantare e di dire quel che pensava di questo meraviglioso poeta visionario. Un poeta che ha portato tanta gente ad ascoltare tanti cantautori che fino ad allora erano praticamente ignorati e ad affrontare tematiche inusuali fino ad allora in una canzone.
La prima rivincita Luigi l’aveva avuta già l’anno dopo, quando a Sanremo vinse Sergio Endrigo con “Canzone per te” e ci fu l’illuminante presenza di Satchmo. Da allora le rivincite sono state tante, anche se ancora oggi la canzone “e se ci diranno” è sempre drammaticamente attuale.

Grazie Luigi

il mio nuovo romanzo è uscito!

carissima/o

ho una grande novità: ho pubblicato in ebook il mio nuovo romanzo che, seguendo il precedente, si chiama
Red Nose: le ragioni dei personaggi“.
Si tratta di una storia un po’ intrecciata che ripercorre, a grandi balzi, la nostra storia italiana, dal 1948 ai giorni nostri, con una sottile trama comune a tutto il periodo.
Ci sono i miei soliti e noti personaggi: Red Nose, il Commissario Antonelli, Lamboston, sempre divertenti e “impiccioni”.
Il libro è in vendita presso il mio negozio diretto e le maggiori librerie online, come IBS, Amazon, Hoepli e tante altre al prezzo di 4,99 Euro.
Un euro per ciascuna copia del libro venduta sarà devoluto a favore dei terremotati di agosto e ottobre 2016.
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germano

guerra israelo-palestinese divisa tra uccisi e morti

dal TG1 delle 13.30 di oggi 19 aprile 2016: "da inizio ottobre quindi sale a 28 il numero degli israeliani uccisi, mentre sono 192 i palestinesi morti…"

Ecco, proprio un orrore, per una guerra che ormai dura da cento anni, quasi tanti sono gli anni che sono passati dalla famosa "Dichiarazione Balfour" (1917) con cui la Gran Bretagna riconosceva ai sionisti il diritto di formazione di "un focolare nazionale" in territorio palestinese; "precisamente da quando l'Occidente intese assicurare i propri interessi imperialistici a spese di un popolo i cui interessi non furono allora, come non lo sono oggi, tenuti in alcuna considerazione…" (Abdel Wael Zuaiter "Testamento d'un militante palestinese" 1972 in Martina Capurri, Abdel Zuaiter, 2015, pag. 103).

E' una guerra che ormai non avrà mai più vinti né vincitori, tante sono le generazioni che da allora vivono nel terrore di essere israeliani e nella dannazione di essere palestinesi, nelle mani di gente che, per decenni (e non torno indietro di duemila anni) ha ritenuto che fosse suo diritto manipolare i diritti di popoli e nazioni per farne i propri interessi, in spregio alla vita di tanta gente che, da allora, non sa cosa significhi "vivere in pace".

Sicuramente non esiste più alcun palestinese o israeliano che non abbia, obtorto collo, convissuto tutta la sua vita col continuo pericolo di un attentato, di una ritorsione, di un'occupazione, di un restringimento delle poche libertà. E questo vale dall'una parte e dall'altra.

Chi scrive, per cultura, per estrazione, per convincimento, è sempre stato dalla parte del popolo palestinese, e non ne ha mai fatto mistero. Ma i morti sono morti dappertutto, gli innocenti sono innocenti dappertutto, indipendentemente dai vari pazzi sanguinari che approfittano della situazione per lucrare potere, prestigio, danaro, in barba a gente che rischia la pelle ogni giorno, di bambini che, da una parte e dall'altra, non hanno mai avuto l'ombra di un sorriso sereno, senza pericoli, se non quelli comuni a tutti gli uomini e donne della terra.

E oggi, dopo un ennesimo attentato perpetrato da parte, stavolta, di disperati militanti palestinesi e che ha provocato la morte di innocenti israeliani, e a cui seguirà certamente l'ennesima ritorsione a danno di innocenti palestinesi, ancora la nostra TV di Stato è capace di distinguere tra "uccisi" e "morti", quasi che gli israeliani fossero sempre e solo vittime e i palestinesi sempre e solo carnefici, cui spetta di dover morire per i propri crimini, anche se si tratta di 28 e 192 vittime innocenti di una guerra voluta da altri e combattuta da pochi che hanno in spregio, anche loro, la vita degli innocenti.

Ciò che non è giusto è che certe frasi vengano fatte passare come neutrali e quindi accettabili. E la falsa neutralità trasforma gli uomini in automi, senza un pensiero proprio, senza saper distinguere il vero dal falso.

E viviamo in un paese occidentale e democratico e, drammaticamente “politically correct”!

sosteniamo “I Siciliani” e Riccardo Orioles

CATANIA IN PIAZZA
Riccardo Orioles e i suoi ragazzi non si fermano. Continuano a chiedere ostinatamente quanto ci spetta. Spesso sono soli e la solitudine, in certi casi, è pericolosa.
Non dimentichiamo questi nostri amici che si danno da fare, anche se in tasca non gliene viene niente, anche se i pericoli incombono sempre più, anche se spesso vengono semplicemente ignorati.
Fanno anche la nostra parte, perché noi purtroppo siamo troppo abituati a stare lontani da queste storie, a leggerle, a volte a piangerne le vittime. Senza ritegno, senza vergogna, anzi con la supponenza di chi, pur non facendo nulla, si sente dalla parte del giusto.
Non saremo mai dalla parte del giusto fintantoché non ci faremo sorprendere, sistematicamente, da cosa è capace di fare la Società Civile, quella Società Civile che è sempre presente, anche se silenziata.
Non saremo nel giusto fintantoché faremo come gli struzzi.
Non saremo nel giusto se non ci sporchiamo le mani e non ci facciamo mettere in discussione da queste testimonianze.
Con Riccardo Orioles e i suoi Giovani Siciliani, andiamo anche noi “Senza Rabbia né Paura”.
Pubblico il loro appello. Chi crede potrà ricevere una copia de “I Siciliani Giovani”. Basta chiederla a me. Anche leggere una copia di questo giornale gratuito può significare cominciare ad alzare la testa. Ma i modi sono mille, lasciamoci influenzare da questo guerriero che combatte da 40 anni, quando era un ragazzo e lottava al seguito di Pippo Fava, Martire
lamboston
Senza rabbia né paura
“Trentadue anni dopo la battaglia contro i Cavalieri dell’apocalisse mafiosa, la lotta al monopolio di Ciancio, e l’assassinio di Giuseppe Fava, la città versa ancora nel degrado e nella soggezione. L’informazione è ancora sotto dittatura, i sindaci inaugurano ancora le aziende degli imprenditori collusi e i giovani lasciano a migliaia una terra senza speranza. E’ perciò che quest’anno, nel giorno della memoria e della lotta, chiamiamo i cittadini, con esponenti significativi della società civile, a incontrarsi con noi. Non per  l’ennesimo dibattito fra politici ma per promuovere concretamente e insieme la salvezza della città”.
Questo era il nostro appello del 5 gennaio di quest’anno. L’appello è stato raccolto e numerose associazioni si preparano in questi giorni a sfilare in piazza contro la mafia.
Il potere mafioso, per noi, ha sempre avuto dei nomi e cognomi precisi (i boss e i killer ma anche gli imprenditori e i politici tolleranti o collusi) e noi dei Siciliani questi nomi li abbiamo sempre fatti con chiarezza. Non pensiamo di cambiare stile.
Mentre noi prepariamo le manifestazioni, a Palermo i carabinieri perquisiscono la sede di Confindustria. Imprenditori come Montante o Costanzo (che noi abbiamo denunciato per primi) sono ancora degli  interlocutori? E’ permesso, adesso, fare i loro nomi?
I soldi di Ciancio in Svizzera, perché Repubblica non li ha pubblicati? Gli accordi fra Bianco e Ciancio esistono, o se li sono inventati i carabinieri? E quanto a noi, se facciamo queste domande siamo degli “estremisti” che turbano la pacifica convivenza di buoni e cattivi, o stiamo semplicemente seguendo la nostra storia?
E’ una storia precisa (Fava, D’Urso, Scidà) con una continuità che a qualcuno fa paura. E non a caso, a Catania, la si vorrebbe cancellare. Ma l’ avvenire è figlio della storia, e chi ignora il passato non può avere un futuro.
Questo diciamo ai giovani. Uniti, senza barriere politiche, senza paura. La mafia, il potere mafiosa, la borghesia mafiosa non dureranno per sempre. Ma bisogna sfidarle a viso aperto, senza mezze misure. Rancore per nessuno, neanche per chi ha ingannato chi si fidava. Ma compromessi niente.
Avanti, allora, insieme in piazza e nella vita. E’ lunga ‘sta nottata, ma finirà.

APRIAMO LE PORTE ALL’ISLAM

Mi approprio di questo contributo di Ascanio Celestini pubblicato su Internazionale e lo condivido con voi.

Apriamo le porte all’islam.

Questo è il momento migliore, anzi è l’unica cosa intelligente e persino furba che possiamo fare.

Sono uscito dal teatro nel quale ho fatto uno spettacolo e in un bar, dove ho preso un caffè per arrivare sveglio a casa, ho appreso della strage in corso in Francia. Nel mio quotidiano si è infilata questa coltellata. Così è successo a me e penso che sia accaduto anche a tanti altri. Ma al telegiornale di notte ho sentito anche Matteo Salvini e l’ho risentito rimbalzare per tutto il giorno successivo in televisione e in rete.

“Chi mi parla dell’islam moderato lo prendo a calci in culo”, scrive, e “non è più il momento dell’ipocrisia, delle sfilate e dei minuti di silenzio, questa è una guerra, serve un intervento militare internazionale subito in Siria e in Libia”.

L’ha detto il migliore degli urlatori che conosce il tono più appropriato per rimbombare nelle pance degli italiani e farle risuonare più del cervello. Ma tanti altri hanno ripetuto lo stesso concetto.

E invece no.

Le bombe non serviranno a nulla. Inaspriranno la violenza, moltiplicheranno gli assassini

Non sono d’accordo nemmeno un po’. Nemmeno se avessero ucciso persone che conosco.

Per ore ho cercato i miei amici a Parigi. Li ho sentiti sconvolti. Mi dicono: “Eravamo fuori a poche centinaia di metri. Siamo sotto shock, ma…”, “C. sta chiusa in casa, un po’ di paura, aspettiamo domani per capirci qualcosa…”, “Io tutto bene…”, “Tutto bene. Nessun morto in famiglia, ma sto in Lussemburgo, chissà se ci lasciano tornare in Francia. Un abbraccio”, “… una punta di vera disperazione per il mondo in cui viviamo” e “Noi bene. A casa per fortuna”.

Faccio un paragone che sembra azzardato, ma sono convinto che non lo sia. Nel nostro paese è stato possibile chiudere i manicomi perché gli infermieri e i medici che ci lavoravano si sono ribellati contro i medici e gli infermieri che gli lavoravano accanto e volevano (per paura, per interesse personale, per ideologia, per stupidità, per morbosità) tenere in piedi quel tritacarne umano che era il manicomio.

La stessa forza dobbiamo trovarla nelle donne e negli uomini di religione islamica che vogliono e devono aiutarci a combattere dall'interno questo tumore spietato. Le bombe non serviranno a nulla. Inaspriranno la violenza, moltiplicheranno gli assassini, trasformeranno i pacifici in guerriglieri. Sarà duro e forse anche pericoloso. Ma bisogna saltare da questa finestra perché non c’è una minestra in alternativa.

la Germania e i profughi

Leggo su www.internazionale.it un articolo di Gwynne Dyer, autorevole giornalista canadese che vive a Londra, questo articolo

 http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2015/10/15/germania-profughi-accoglienza in cui ci si chiede del perché la Germania abbia accolto e accolga così tanti profughi, dopo l’intervento di Merkel. Sicuramente il giornalista ha ragione quando afferma che molta parte della spiegazione sta nel fatto che:
“Tra il 1945 e il 1950 circa dodici milioni di profughi tedeschi arrivarono in Germania, un paese devastato dai bombardamenti e poverissimo. Negli anni dopo la guerra scarseggiava anche il cibo. Ma i tedeschi accolsero i profughi, condivisero ciò che avevano con loro e insieme riuscirono a tirare il paese fuori dal baratro. I tedeschi non amano rievocare quel periodo della loro storia, ma non l’hanno dimenticato. In realtà un quinto della popolazione è formata da quei rifugiati ormai anziani e dai loro figli e nipoti. Nel profondo, i tedeschi capiscono cosa vuol dire essere profughi più di qualsiasi altro popolo dell’Europa occidentale.”
Ma non basta. Non credo sia proprio così manifestamente generosa la loro ospitalità, anche se, a dire il vero, mi augurerei che in Italia accadesse la stessa cosa e per gli stessi motivi. Anche noi dovremmo ricordare, per dirla con Gian Antonio Stella, “Quando gli albanesi eravamo noi” e andavamo in giro per il mondo a cercare lavoro, aiuto, pane. Chi di noi non ha un nonno o un parente che è stato emigrante, specie nel nostro amato Meridione?
La Germania è un paese di gente lavoratrice e volitiva, senza dubbio generosa, ma molto legata alla grandezza dello Stato e al sogno americano della stabilità economica e della solidità dello stato, come potenza economica.
Ha una disoccupazione molto più bassa della media europea e ha adottato il cosiddetto “salario minimo di ingresso” proprio per dar lavoro a quante più persone sia possibile. Loro dicono: “meglio un piccolo stipendio per un periodo che un assegno di mantenimento che pesa unicamente sul sistema economico e che non induce la gente a lavorare”.
Geniale no? Da noi le varie sigle sindacali, che non cercano altro che allungare la propria vita ormai stentata prefigurando vecchi schemi – belli ma lontani dalla memoria e dall’attuale contesto – che avevano un senso compiuto negli anni settanta, piuttosto che ammodernarsi e scontrarsi, stavolta sì, con la nuova realtà, fatta di un capitalismo che sembra più soft ma che invece è più strisciante e subdolo; le varie sigle sindacali dicevo farebbero, e spesso hanno fatto, “un casino che la metà basta” contro un provvedimento del genere.
Loro invece, i nostri fratelli del nord, non solo danno “un piccolo stipendio” ai propri concittadini ma allargano i confini. “Perché andarsi a cercare forza lavoro all’estero e nuovi insediamenti, quando accogliere gente qui da noi ci fa ottenere il lavoro a basso costo a casa?”
Io penso che, oltre all’indubbio valore filantropico dell’atteggiamento tedesco, che ha lasciato il mondo senza parole, bisognerebbe riflettere anche su questo secondo non trascurabile scenario: generosità per accogliere siriani dotti, colti e preparati ma distrutti da una guerra terribile e farli lavorare per un periodo a basso costo, meritando comunque il plauso internazionale, piuttosto che accogliere i profughi africani, sporchi, non acculturati, distanti dalla “nostra forma” di civiltà. “Accogliendo quanti più siriani sia possibile (pensano ma non lo dicono) avremo a costo di un po’ di sofferenza, tanta manodopera a basso costo, gente volenterosa e grata imperituramente alla madre Germania, e non avremo difficoltà a dire “basta”, quando da noi dovessero bussare altre popolazioni più misere e meno appetibili. Danke. Abbiamo già dato”

Laudato si’ a Giulianova

Alla Festa della Madonna del Portosalvo, durante l’omelia del 9 agosto, ho improvvidamente pensato che “S.E. Il Nostro Vescovo”, per aderire alle sollecitazioni del Santo Padre Francesco in materia di ecologia e di tutela e rispetto per l’ambiente, si fosse ispirato al “primo libro secondo Wikipedia”

Sembrava infatti una omelia fatta per forza, che dava delle categorie ma che in fondo non toccava nessuno dei presenti, delle istituzioni e non.
“Non bisogna”, “ci vuole rispetto”, “il mondo che lasceremo ai nostri figli” e banalità di questo genere avevano riempito l’Omelia, quasi che Sua Eccellenza non sapesse che dire, non avesse argomenti, fosse rimasto impreparato di fronte all’autorevole messaggio del Capo della Chiesa.

Niente di più sbagliato. Mi ero lasciato andare a un pensiero sorpreso e ammiccante, quasi che la presenza di tanta autorità giuliese avesse intimorito Monsignor Seccia!
Invece alla fine della cerimonia religiosa, al momento dei ringraziamenti e quindi ben prima della benedizione che tradizionalmente congeda il popolo credente, quello curioso e quello sempre presente ai momenti topici, Sua Eccellenza, pur “non volendo fare polemiche con i presenti”, ha sparato una grande bordata contro gli affondatori dell’Adriatico!!! 
Certo non si è soffermato sui problemi che ci sono tra Salinello e Tordino, sulla gestione degli scarichi a mare e sulle tante problematiche che ci sono dietro questo grande Circo che è la politica giuliese, ma di fronte a “tanta bella gente” riunita in prima fila, rappresentante l’intero arco istituzionale, politico e militare, insomma “la gente che conta”, il Vescovo ha detto chiaro e tondo che non si può ignorare il nostro mare, le sue condizioni precarie, le cose che vanno fatte da ciascuno di noi, uno per uno ai vari gradi di responsabilità, affinché il Mare Adriatico sia conservato e riportato a quello che era, indipendentemente dai grandi interessi economici che  indubbiamente invogliano a trasgredire piuttosto che a curare. 
Grande Vescovo.
Probabilmente sembro di parte in quanto cattolico, ma non è così, e anche se lo fosse, non avrei commesso nulla di male tifando per Michele Seccia. Grazie Vescovo.
Se qualcuno raccogliesse la palla al balzo e denunciasse eventuali fattacci che forse ci sono dietro, Giulianova farebbe la sua parte per la realizzazione dell’Enciclica.

Quanto a pulizia invece, e tocco l’argomento solo “de relato”, siamo in prima fila. Quel bel mosaico che sempre il 9 agosto ci aveva lasciato il Circolo Culturale “Colibrì” in Piazza Fosse Ardeatine è stato spazzato via in men che non si dica! 
Perché lasciarlo lì qualche giorno e magari proteggerlo e farlo vedere ai turisti ci avrebbe fatto male?
Ci sono altre cose dietro, tipo l’Associazione non ha voluto lasciarci l’opera, preferendo che i solerti “operatori ecologici” demolissero l’opera in pochi secondi?
Bisognerebbe tornare a parlare della vocazione turistica della nostra cittadina, non dei cupi interessi dei soliti pochi operatori, ma ne parleremo ancora.

lamboston

2 agosto 1980

2 Agosto 1980: l’inferno in diretta.


Era il 3 agosto 1980.

Quel giorno io, Andrea e Tonino, il sociologo e il filosofo come amavo considerarli, eravamo a Varsavia.
Nei giorni precedenti, tra il 31 luglio e il 2 agosto, avevamo attraversato da Roma trascorrendo una notte a Udine l’Austria, dormendo un’altra notte a Vienna, nel camping Wien Sud; avevamo fatto sosta a Brno in Cecoslovacchia mangiando in un Kommon Restaurant della Repubblica Socialista Cecoslovacca. Piatto unico e “posto dove capita” mangiando la sbobba che ti passavano e, al mercato rionale, le melette che in Italia davamo ai porci, avendo cura di ammirare le cose fantastiche che avevamo modo di vedere in quelle regioni dell’Oltre Cortina.
Prima avevamo passato sei ore al confine tra Austria e Cecoslovacchia perché ci consentissero di passare il confine. Spesso il nostro cuore si era fermato quando sembrava che stessero trovando i Vangeli nascosti fra le mutande e i calzini dei nostri bagagli. Ma questo non era accaduto. Stavamo andando in pellegrinaggio, insieme ad altri quarantamila, alla Madonna di Jasna Gora, e non sapevamo ancora che quello sarebbe stato ricordato come l’anno di Solidarnosc.
Poi, finalmente, eravamo giunti in Polonia. Non mi ricordo quale fosse il paese dove sbarcammo. Ma sicuramente era Polonia. La mattina del giorno dopo eravamo a Cracovia. Lì conoscemmo il cardinale Glemp, Primate di Polonia, e avemmo l’opportunità di visitare la stanza utilizzata dal Cardinale Wojtila quando era in quel posto!
A pranzo del 3 agosto arrivammo a Varsavia. Andammo a mangiare in un ristorante del centro e mangiammo come tre porci, spendendo quattro lire e urlando “abbiamo trovato l’america in Polonia!!!”. Ricordo che lasciai una lauta mancia al cameriere (ben due pacchetti di Marlboro Red). A lui sembrarono una immensità. Lo sarebbero sembrate anche a noi se non le avessimo pagate circa il dieci per cento del loro controvalore italiano!
Era proprio l’America.
In preda a questa esaltazione andammo in giro per Varsavia, sapendo che il giorno dopo saremmo andati a Osviecim che, in “italiano”, si chiamava Auschwitz!
Girando per la città acquistammo una tenda tre posti come quella che avevamo a quarantaduemila lire. In Italia ne sarebbe costata almeno trecentomila.
Poi, dirigendoci verso il centro, Andrea si imbatté in una macchina italiana con dietro l’Unità del giorno. “Una strage spaventosa. Oltre settanta morti e 200 feriti”. “Guardate qua ragazzi!” “Ma dai che si tratterà della commemorazione dell’Italicus” dissi direttamente io per smorzare i toni.
Non era così. Era successa la Strage di Bologna!
Andammo di corsa al Consolato Italiano e poi all’Ambasciata. Raccogliemmo tre notizie in croce. Ma era successo un dramma. Ben peggiore per dimensioni in rapporto alla popolazione, delle future Torri Gemelle.
Qualcuno ci aveva violato più del violabile.
Erano stati i fascisti? Sicuramente sì.
Erano collegati allo Stato e ai poteri forti? Sicuramente sì.
La storia poi ha detto che sono stati Giusva Fioravanti e la Mambro. Sicuramente efferati assassini e stragisti. Ma senza prove che siano stati davvero loro.
Passati trentacinque anni cambia qualcosa? Cambia se siano stati loro o no? Sicuramente no. Non ci crede nessuno. Sono le due vittime sacrificali volute dal sistema per poter dire che finalmente una strage l’abbiamo risolta. 
Non è vero. Non abbiamo risolto Piazza Fontana, non abbiamo risolto Piazza della Loggia, non abbiamo risolto Ustica e l’Italicus, non abbiamo risolto Moro, Falcone e Borsellino!
Perché saremmo stati così bravi da risolvere proprio la strage di Bologna? La più grande e la più perfida di tutte? Tutte puttanate.

Del dolore magari parliamo un’altra volta. Anche e sopratutto di quello personale, quello di chi era abituato a dormire, spesso la mattina, proprio alla stazione di Bologna, sala di seconda classe, e che tornando dalla Polonia, da un viaggio anch’esso indimenticabile, si trovò a dover sbirciare dalle lamiere; cosa restava del “suo” dormitorio alla stazione di Bologna. E del posto dove andava a far colazione prima di recarsi all’Università!

Ma questa è proprio un’altra storia!