26 giugno 2017: 50 anni senza don Milani. Il Papa Francesco mi ha risposto!

Ho incontrato don Lorenzo Milani, come tanti giovani di allora, solo qualche tempo dopo la sua morte tra le pagine di “Lettere a una professoressa” e non l’ho più lasciato o meglio, non mi ha più abbandonato. Nel suo modo speciale di fare scuola, di intendere la conoscenza, ma soprattutto il saper leggere e scrivere, come prima e unica possibilità per l’uomo di poter rivendicare un destino per se stesso. Il sistema più vile del potere per conservarsi a se stesso è proprio quello di lasciare che la gente sia ignorante e, per questo, incapace di difendersi e fare proprie rivendicazioni.
Straordinario il parallelismo di questa cosa con la Fontamara di Ignazio Silone e con il “che fare?” di Berardo Viola. Ma se ne parlerà ancora in questo blog e altrove. Oggi mi interessa approfondire un altro tema di don Lorenzo a cinquanta anni dal suo ritorno alla casa del Padre.
Mi riferisco alla sua straordinaria e pervicace obbedienza alla Chiesa! Ha subito tante angherie perché troppo conciliare in una Chiesa preconciliare, perché innamorato dei poveri. Ricordando la sua origine borghese la sua ultima battuta prima di morire fu: “che bello. Un cammello sta per passare per la cruna dell’ago!
Da ultimo il miracolo: qualche mese fa ho scritto a Papa Francesco (come pure avevo fatto dopo la beatificazione di Papa Paolo VI per ringraziarlo). Gli chiedevo un intervento della Chiesa nei confronti di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla sua morte. Sicuramente il Papa Francesco non ha potuto leggere la mia lettera, come neanche la precedente.
Ma in realtà io non l’ho scritta perché mi leggesse, ma solo, confidando nella preghiera, perché mi rispondesse! E Papa Francesco mi ha risposto: il 20 giugno si è recato a Barbiana a pregare sulla tomba di don Lorenzo e dicendo, tra l’altro:
“Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Vari Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma.”
Straordinario. Grazie Papa Francesco. Grazie don Lorenzo!
Per chi avesse voglia di seguito riporto il testo delle parole pronunciate dal papa Francesco in quella occasione.

lamboston

 

VISITA ALLA TOMBA DI DON LORENZO MILANI – DISCORSO COMMEMORATIVO DEL SANTO PADRE
Giardino adiacente la Chiesa di Sant’Andrea a Barbiana (Firenze)
Martedì, 20 giugno 2017
Cari fratelli e sorelle, sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce.
1. Mi rallegro di incontrare qui coloro che furono a suo tempo allievi di don Lorenzo Milani, alcuni nella scuola popolare di San Donato a Calenzano, altri qui nella scuola di Barbiana. Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione, nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato, con piena fedeltà al Vangelo e proprio per questo con piena fedeltà a ciascuno di voi, che il Signore gli aveva affidato. E siete testimoni della sua passione educativa, del suo intento di risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino.
Di qui il suo dedicarsi completamente alla scuola, con una scelta che qui a Barbiana egli attuerà in maniera ancora più radicale. La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo. E quando la decisione del Vescovo lo condusse da Calenzano a qui, tra i ragazzi di Barbiana, capì subito che se il Signore aveva permesso quel distacco era per dargli dei nuovi figli da far crescere e da amare. Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità.
2. Sono qui anche alcuni ragazzi e giovani, che rappresentano per noi i tanti ragazzi e giovani che oggi hanno bisogno di chi li accompagni nel cammino della loro crescita. So che voi, come tanti altri nel mondo, vivete in situazioni di marginalità, e che qualcuno vi sta accanto per non lasciarvi soli e indicarvi una strada di possibile riscatto, un futuro che si apra su orizzonti più positivi. Vorrei da qui ringraziare tutti gli educatori, quanti si pongono al servizio della crescita delle nuove generazioni, in particolare di coloro che si trovano in situazioni di disagio. La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. Ma soprattutto è una missione. Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare. E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune. Troviamo scritto in Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Questo è un appello alla responsabilità. Un appello che riguarda voi, cari giovani, ma prima di tutto noi, adulti, chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico, come ricerca del vero, del bello e del bene, pronti a pagare il prezzo che ciò comporta. E questo senza compromessi.
3. Infine, ma non da ultimo, mi rivolgo a voi sacerdoti che ho voluto accanto a me qui a Barbiana. Vedo tra voi preti anziani, che avete condiviso con don Lorenzo Milani gli anni del seminario o il ministero in luoghi qui vicini; e anche preti giovani, che rappresentano il futuro del clero fiorentino e italiano. Alcuni di voi siete dunque testimoni dell’avventura umana e sacerdotale di don Lorenzo, altri ne siete eredi. A tutti voglio ricordare che la dimensione sacerdotale di don Lorenzo Milani è alla radice di tutto quanto sono andato rievocando finora di lui. La dimensione sacerdotale è la radice di tutto quello che ha fatto. Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito. Sono note le parole della sua guida spirituale, don Raffaele Bensi, al quale hanno attinto in quegli anni le figure più alte del cattolicesimo fiorentino, così vivo attorno alla metà del secolo scorso, sotto il paterno ministero del venerabile Cardinale Elia Dalla Costa. Così ha detto don Bensi: «Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire» (Nazzareno Fabbretti, “Intervista a Mons. Raffaele Bensi”, Domenica del Corriere, 27 giugno 1971). Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto. Diceva sua madre Alice: «Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale». Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli. Cari preti, con la grazia di Dio, cerchiamo di essere uomini di fede, una fede schietta, non annacquata; e uomini di carità, carità pastorale verso tutti coloro che il Signore ci affida come fratelli e figli. Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare, mostrandola come madre premurosa di tutti, soprattutto dei più poveri e fragili, sia nella vita sociale sia in quella personale e religiosa. La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità.
4. Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al Vescovo scrisse: «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…». Dal Card. Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa. Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: «Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità» (Nazareno Fabbretti, “Incontro con la madre del parroco di Barbiana a tre anni dalla sua morte”, Il Resto del Carlino, Bologna, 8 luglio 1970. Il prete «trasparente e duro come un diamante» continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa. Prendete la fiaccola e portatela avanti! Grazie.
Grazie tante di nuovo! Pregate per me, non dimenticatevi. Che anche io prenda l’esempio di questo bravo prete! Grazie della vostra presenza. Che il Signore vi benedica. E voi sacerdoti, tutti – perché non c’è pensione nel sacerdozio! -, tutti, avanti e con coraggio! Grazie.

la mia mamma: 25 giugno 2013

 

Tendiamo a scrivere sempre cose “politically correct”, quasi non avessimo un’anima che non sia quella collettiva. Tutto ciò che scriviamo nei post potrebbe averlo scritto un qualsiasi altro di noi, con più o meno sensibilità, con maggior senso del popolo e della giustizia o con minore attenzione agli ultimi del mondo. Qualcuno si trova sistematicamente a essere lodevole e riceve molti “like” “tweet” “retweet” e altro; qualcun altro invece viene sistematicamente disprezzato e vilipeso perché sistematicamente dice cazzate “di destra”  (Gaber in fondo ci aveva visto bene).

Nemmeno io mi sottraggo alla banalità e alla voglia di essere alla ricerca di like, di follower, di qualcuno che finalmente si decida a leggere il mio libro e finalmente a dire “cazzo! ma davvero questo è il nuovo Moravia per la miseria”, e giù successo a volontà. Infatti mi sto preparando da giorni a scrivere per domani un post su Don Lorenzo Milani, a 50 anni dal suo ritorno alla casa del Padre, visto che qui nessuno lo ha voluto ascoltare.

Ma stasera no. Non lo voglio fare. Mi è venuta improvvisa una voglia intimista, personale, di cui sicuramente a nessuno fregherà un bel niente! Non potrò ricevere like e follower per questa cosa, ma “a questo mondo c’è giustizia finalmente” direbbe “Lorenzo Tramaglino o come dicevan tutti Renzo”, quindi chissenefrega dei like per una volta!

Domani ricorre il quarto anniversario dalla morte della mia mamma e voglio partecipare di questo tutti voi, che vi interessi o meno son cose del tutto secondarie, credetemi. Ho chiesto al mio Parroco, amico storico di famiglia, di celebrare domani una santa Messa per mamma e per papà, che l’aveva preceduta diversi anni prima, tanto giovane ero per poterne partecipare chicchessia. Il mio Parroco ha detto che vuole celebrare lui la Messa per ricordare i suoi amici. E domani accadrà. Cosa bella e tenera.

In fondo cosa voglio partecipare: niente di che, solo che in questo mondo ci sono grazie al loro amore, se penso e dico e scrivo quel che dico lo devo a loro e la mia mamma, specie negli anni in cui ha fatto le veci di entrambi i miei genitori, è stata un’icona di riferimento, una grazia di Dio, come si dice. Ma anche all’epoca di quando ero ragazzo, nonostante io e la mia sintonia e distanza dal mio amato papà, degno del desiderio di emulazione e degno del desiderio di lotta contro il padre per poter lottare contro il male del mondo, nonostante questo fu la mia mamma ad accorgersi del mio essere anarchico. Lei lo dicevo con dolore, per quanto la sua educazione da fiera Azione Cattolica negli anni della Resistenza le impedissero di pensare diversamente, ma con immenso amore aveva individuato prima di me, il mio spirito battagliero, fiero, pieno di fede, ma anarchico nell’accettare, o meglio nel non accettare, certe regole che ci venivano imposte dallo Stato, dalla strategia della tensione voluta dai poteri forti, ma anche dalle nostre ideologie, troppo cieche per poter leggere attentamente la realtà.

Ecco, solo con due parole, ricordo il mio papà e la mia mamma, specie in questo giorno in cui mi mancano, e mi manca enormemente la presenza di lei, rappresentante di entrambi per un lungo periodo. Quattro anni fa ho capito che avrei dovuto camminare da solo, insieme a mia moglie e alla mia “discreta quantità” di figli, per raggiungere quanto ci è stato promesso, ma senza ignorare la realtà di ogni giorno, come ci insegnerà ancora Don Lorenzo. A domani con il post convenzionale, ma comunque amato, per don Lorenzo. A domani con nel mio cuore non conformista, la presenza della mia mamma e del mio papà, anche se “non sta bene” parlar de’ cazzi miei, almeno così si dice! Vi voglio bene…

il “vecchierel” di Petrarca ai giorni nostri

Movesi il vecchierel canuto e bianco
del dolce loco ov’ha sua età fornita
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi traendo poi l’antiquo fianco
per l’estreme giornate di sua vita,
quanto piú pò col buon voler s’aita,
rotto dagli anni e dal cammino stanco;

e viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:

cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile in altrui
la disïata vostra forma vera.

(F. Petrarca, Canzoniere, XVI, Einaudi, Parnaso Italiano, 1962)

Ma perché parlare di Petrarca nel 2017? E perché cominciare dalla poesia sul “vecchierel canuto e bianco”? Non credo ci sia una ragione, né credo ci debba essere. Il Sommo Poeta, con rispetto parlando, è un po’ come la Bibbia per noi cattolici: basta aprirla per trovare una ragione per cui ne è valsa la pena. Così per Petrarca che in questa poesia, magnifica, ci fa vivere un attimo, uno solo, della sua immensa e continua ricerca del vero per sé: l’amore per la sua donna ideale e, nel contempo, ma più fortemente, l’amore che continuamente e incessantemente gli ha donato il Padre Celeste e che lui, a suo dire, solo a tratti ha saputo comprendere e apprezzare: così il “vecchierel canuto e bianco”, “rotto dagli anni e dal cammino stanco” si reca a Roma “per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassù nel ciel vedere spera”, mentre lui chiede quasi perdono per andar cercando in un’altra donna “la disiata vostra forma  vera”: passione e pentimento nella gloriosa vita di chi ha spesso cercato altro ma mai ha dimenticato il vero segno della sua vita.

A noi cosa insegna? Purtroppo molto poco, abituati a sferruzzare la lana per fare una tela come quella di Penelope, in attesa dell’arrivo dei Tartari di Buzzati e non accorgendoci che ogni giorno sono alle nostre porte e ci riempiono la testa di corbellerie, impedendoci di vedere che sono arrivati, che li abbiamo accolti senza combattere e che si stanno sollazzando delle nostre povere teste vuote come i Proci.

Abbiamo abbassato la guardia con consumismo, animalismo e tanti altri “-ismi” che non siamo più capaci di rivolgerci all’essenziale come Petrarca che, umanamente, continuava a sbagliare obiettivo ma, cristianamente, ogni attimo si richiamava ai suoi valori

 

 

Finanziaria italiana e pensione a 60 anni

Proposta: un nuovo dipendente under 40 per un nuovo pensionato over 60.

E’ tanto che sentiamo parlare di crisi, di lavoro che non c’è, di finanziarie da rifinanziare, di disoccupazione giovanile al 40%.

Ovviamente noi poveri e comuni mortali siamo proprio poveri e comuni e quindi non siamo capaci di fare i ministri e neanche i funzionari e non conosciamo i bilanci dello stato. Ma abbiamo un pregio: siamo stufi di non poter dire la nostra, che tanto nessuno se ne frega nulla.
Sarebbe bello se questo post, per cretino che sia, fosse letto da tanta gente. Non per fare pubblicità al mio sito (non sono un economista), ma per dare voce a chi non ce l’ha e ne ha diritto.
Il post l’ho chiamato Finanziaria, perché noi “poveri ma onesti”, come diceva il buon Massimo Troisi, ci piace atteggiarci da grandi strateghi e siccome sappiamo gestire al meglio la partita che il nostro tecnico ha perso, siccome sappiamo chi avrebbe dovuto vincere Sanremo, sappiamo pure come si fa a trovare posti di lavoro.
Fuori dagli scherzi io mi sono preoccupato di cercare di abbassare anziché alzare l’età pensionabile, portandola da 67 a 60 anni, con qualche euro in meno ma qualche certezza in più, specialmente per i nostri figli, che colpe non ne hanno se abbiamo avuto la peggior classe politica della storia!
Se creassimo un milione di posti di lavoro a 1.650 euro netti al mese per 12 mensilità, avremmo per ciascun dipendente un costo lordo in busta paga di circa 2.280 euro al mese. Ciò genererebbe un introito mensile per l’INPS di circa il 33% del totale, quindi circa 752 milioni di euro. Per un anno sarebbero 9 miliardi di euro.
Ovviamente ciò al netto delle imposte che andrebbero allo stato per le vie fiscali (4,1 mld) e senza considerare le altre imposte indirette che verrebbero generate da un milione di posti di lavoro in più e quindi da un milione di nuovi aventi reddito che potranno spendere i loro soldi anziché quelli dei genitori (2,1 mld). Ipotizzando infatti una spesa del 70% di ciascun reddito avremmo entrate per IVA (mediamente al 15%) di circa 173 milioni di Euro al mese).
Con queste entrate lo Stato potrebbe mettere a riposo 750.000 over 60 a 1.000 euro al mese (che sarebbero davvero pochi ma per buona parte delle famiglie sarebbe il doppio tra moglie e marito), solo con le entrate INPS.
In pratica stiamo parlando di una piccola manovra finanziaria che porterebbe le seguenti conseguenze:
entrate per nuovi assunti: 9 miliardi
uscite per nuove pensioni: 9 miliardi
entrate per IRPEF: 4 miliardi
entrate per IVA: 2 miliardi.
Ovviamente questo “studio” non tiene in considerazione un miliardo di cose e si sa bene che un milione di posti di lavoro sarebbero non tutti in più, considerando che ci sarebbero le dismissioni degli over 60, ma insomma, si tratta di un piccolo contributo di poveri comuni mortali “poveri ma onesti”.

Siamo tutti disposti ad ascoltare le parole di tutti purché non rompano troppo. Bene, rompetemi pure che io non mi offendo, tanto che abbiamo da perdere se parliamo qualche volta anche noi di “cose per i grandi”?

VIOLETA PARRA – CENTO ANNI DI POESIA

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.
 Mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto
 così io distinguo la gioia dal dolore
 le due essenze che formano il mio canto
 E il vostro canto che è lo stesso canto.
 E il canto di tutti che è il mio proprio canto.

(da Gracias a la vida)


 Cammino per un momento
 Per le strade, senza meta,
 Vedo che sono al mondo
 Senza nient’altro che l’anima nel corpo.
 Miserie e tradimenti
 S'intrecciano ai miei pensieri,
 E tra le acque e il vento
 Mi perdo nella lontananza.

(da El amor)

Se potessero ingabbiare il sole 
 Lo farebbero assai volentieri,
 Di notte, sera e mattina
 Lo vorrebbero accaparrare.
 Per fortuna che per riuscirci
 Ci vogliono le palle.

(da La esperanza)

Neanche l’uomo più cinico
 Può restare indifferente
 Se brilla nella nostra coscienza
 Amore per i propri simili.
 
 Non perdo le speranze
 Che un giorno qualcosa s'aggiusti,
 Un giorno questa povera gente
 Avrà un bel cambiamento!
 Il toro si ammansisce solo
 Montandolo bene a pelo.
 Non ho nessuna paura
 Di vederlo a gambe all'aria
 Quando si rigirerà la tortilla:
 Il ribaltamento a cui tanto aspiro.

(da La Esperanza)

 L’11 settembre del 1973 si spensero le luci della democrazia a Santiago del Cile. Un violento colpo di stato annientò il governo di Unidad Popular di Salvador Allende e con la sua le vite di Victor Jara, di Pablo Neruda, ma anche di Luis Sepulveda, pur se sopravvissuto e cantore ancora oggi della bellezza della vita e dei ricordi di tante cose splendide, oscurate ma immortali. Insieme a loro se ne andarono tanti uomini donne e bambini, in parte massacrati dalla furia omicida, in parte annientati nel loro stesso credere dì poter creare “el hombre nuevo”.

Ironicamente in quegli anni, ma prima di quel giorno, un giovane Angel Parra andava cantando:

Mi piace la democrazia - Lo dico con dignità

se si sente tintinnio di sciabole - è una pura coincidenza

(da La democrazia)

E purtroppo la sua simpatica e cogente ironia si sarebbe rivelata presto piena di ragioni.

Questo giovane cantante cileno, che con la sorella Isabel andava in giro a portare la musica de “La nueva cancion chilena” era figlio di Violeta Parra (4 ottobre 1917 – 5 febbraio 1967), poetessa, cantante, pittrice, scultrice, anima del Cile. Nei piccoli brani citati all’inizio in qualche modo si può trovare l’intera sua vita e l’intero suo percorso di amore, di lotta, di speranza, di gioia, di malinconia.

Gran parte della gente che la conosce probabilmente ha fatto questo incontro ascoltando gli Inti Illimani, che tante sue poesie e canzoni hanno cantato negli anni, o ascoltando incantati Gracias a la vida nel canto-lamento di Gabriella Ferri o nel canto di speranza di Herbert Pagani o dall’usignolo Joan Baez. Ma, credetemi, senza nulla togliere ad alcuno, ascoltare Violeta è un’altra cosa.

La sua testimonianza oggi, a 50 anni dalla morte e a 100 dalla nascita, è più che mai presente, attenta, veritiera e come lei, triste, allegra, disperata, perennemente innamorata del suo uomo, della gente, della justicia, di Dios, della Virgen Señora. Non è facile convivere con la serenità di Violeta, con la sua arte senza sentirsi perennemente interrogati, né è facile parlarne per ricordarla a tutti nell’approssimarsi del 5 febbraio, giorno in cui si tolse la vita, pur rimarcando, come sempre, il suo innamoramento di essa e il suo “gracias a la vida que me ha dado tanto”.

In questo piccolo e insignificante scritto ho pensato di esprimere questo estraendo alcuni piccolissimi brani dalla sua immensa e splendida opera e particolarmente dal “Canto para una semilla”, adattamento di Luis Advis del suo Décimas, traducendo per l’ennesima volta quelle parole, mille volte tradotte, ma mai pienamente comprese:

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.
 Mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto
 così io distinguo la gioia dal dolore
 le due essenze che formano il mio canto
 E il vostro canto che è lo stesso canto.
 E il canto di tutti che è il mio proprio canto.

L’ultima strofa di Gracias a la vida, una delle ultime sue canzoni, quasi un commiato nel quale esprime, con serenità e gioia, la gratitudine per quanto ha avuto, di bello e di brutto, senza distinzioni e preferenze.

Cammino per un momento
 Per le strade, senza meta,
 Vedo che sono al mondo
 Senza nient’altro che l’anima nel corpo.
 Miserie e tradimenti
 S'intrecciano ai miei pensieri,
 E tra le acque e il vento
 Mi perdo nella lontananza.

Una sensazione espressa in El amor. In un momento particolare della sua vita. Anche però nei momenti più tristi, dove “miserias y alevosìas anudan mis pensamientos” mantiene almeno l’anima nel corpo, per non perdersi del tutto e per ripartire da lì.

Violeta Parra quindi tiene sempre presente che la sua lotta non potrà essere sconfitta da una semplice delusione d’amore perché “d’amore non è morto mai nessuno”, e quindi lucidamente riprende da dove aveva lasciato, sapendo che alla fine vincerà la giustizia, sempre che non manchino, come spesso accade ancora oggi, la denuncia e la proposta:

Se potessero ingabbiare il sole 
 Lo farebbero assai volentieri,
 Di notte, sera e mattina
 vorrebbero accaparrarselo.
 Per fortuna che per riuscirci
 Ci vogliono le palle.

E subito dopo, con forza d’animo e desiderio di lotta si trova a esprimere la speranza e la forza della ribellione, donna piccola ma sempre indomita e gigantesca:

Neanche l’uomo più cinico
 Può restare indifferente
 Se brilla nella nostra coscienza
 Amore per i propri simili.
 
 Non perdo le speranze
 Che un giorno qualcosa s'aggiusti,
 Un giorno questa povera gente
 Avrà un bel cambiamento!
 Il toro si ammansisce solo
 Montandolo bene a pelo.
 Non ho nessuna paura
 Di vederlo a gambe all'aria
 Quando si rigirerà la tortilla:
 Il ribaltamento a cui tanto aspiro.

 

Ecco che la “tortilla” si rigirerà e quindi non ci sarà scampo per niente altro che per la verità “si brilla en nuestra conciencia amor por los semejantes”! E Violeta, fino alla fine, ha immaginato la grande fiesta che ci sarà nel mondo alla vittoria dell’amore per i propri simili:

Tutto sarà in armonia,
 Il pane con lo strumento,
 Il bacio e il pensiero,
 Il dolore e l'allegria,
 La musica scivolerà
 Come la carezza di una madre!
 Che si abbellisca l'aria
 Spargendo intorno speranza.
 Per la gente cambierà tutto
 Lo dico con grazia! 

 (da Cancion final)

 

Per chiudere con Luis Advis e Inti Illimani, come non citare la loro “Canto a los caidos” quando dicono:

Ci son torrenti che scorrono sotto la terra,
 come morte che in vita germinerà.
 Così arde nelle vene una parola.
 La sua parola che cresce,
 un sole nuovo alimenta ogni sguardo,
 come grano seminato,
 quando accanto a una mano ci son mani fraterne

Le mani fraterne che ha sempre amato Violeta Parra.

Luigi Tenco: il poeta visionario ucciso dal tempo e la sua splendida attualità

Avevo compiuto 10 anni da due giorni, quel benedetto 27 gennaio 1967 che qualche anno dopo sarebbe stato proclamato “giorno della memoria”. E quel colpo di pistola e la nostra ignoranza portarono Luigi alla morte, aldilà di tutte le storie che poi ci hanno dipinto sopra. In fondo per me il giorno della memoria, prima di quello che ora è, è stato il giorno in cui un ragazzino, poco più di un bambino, cresce improvvisamente per un colpo di pistola che gli porta via il primo idolo amato!
Ero stato colpito da “Lontano lontano”, da “Angela” e da “Un giorno dopo l’altro”, ma quel giorno rimasi folgorato da “Ciao amore ciao”, dalla struggente e impressionante interpretazione di Luigi. Qualche giorno dopo, papà e mamma mi regalarono il 45 giri: dietro c’era la canzone PIÙ, quella che mi avrebbe aperto degli orizzonti dai quali non sarei mai più tornato a essere un bambino, anche se grazie a quei pensieri, in fondo, lo sarei sempre restato:
“E se ci diranno
che per rifare il mondo
c’è un mucchio di gente
da mandare a fondo
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi sentirsi dire che è stato un errore
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno
che nel mondo la gente
o la pensa in un modo
o non vale niente
noi che non abbiam finito ancora di contare
quelli che il fanatismo ha fatto eliminare
noi risponderemo
no no no no

E si ci diranno
che è un gran traditore
chi difende la gente
di un altro colore
noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara
fare cose di cui ci dovremmo vergognare
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno che è un destino della terra
selezionare i migliori attraverso la guerra
noi che ormai sappiamo bene che i più forti
sono sempre stati i primi a finir morti
noi risponderemo, noi risponderemo
no no no no”.
Per tanti anni mi sono ostinato a credere che Gigi Mai fosse stato ucciso. Oggi, passati 50 anni, questo non è più importante come un tempo: anche se fosse vero, e in fondo credo davvero che lo sia, quella morte ha eternato un “poeta visionario” vissuto brevemente ma intensamente attorno al suo sax e al suo sguardo struggente, un poeta visionario ucciso dal tempo che era troppo indietro rispetto a lui, più che da un vile proiettile.
Oggi sono cresciuto e tante storie hanno attraversato la mia vita, sono perennemente innamorato della musica e della voglia di cantare e di dire quel che pensava di questo meraviglioso poeta visionario. Un poeta che ha portato tanta gente ad ascoltare tanti cantautori che fino ad allora erano praticamente ignorati e ad affrontare tematiche inusuali fino ad allora in una canzone.
La prima rivincita Luigi l’aveva avuta già l’anno dopo, quando a Sanremo vinse Sergio Endrigo con “Canzone per te” e ci fu l’illuminante presenza di Satchmo. Da allora le rivincite sono state tante, anche se ancora oggi la canzone “e se ci diranno” è sempre drammaticamente attuale.

Grazie Luigi

il mio nuovo romanzo è uscito!

carissima/o

ho una grande novità: ho pubblicato in ebook il mio nuovo romanzo che, seguendo il precedente, si chiama
Red Nose: le ragioni dei personaggi“.
Si tratta di una storia un po’ intrecciata che ripercorre, a grandi balzi, la nostra storia italiana, dal 1948 ai giorni nostri, con una sottile trama comune a tutto il periodo.
Ci sono i miei soliti e noti personaggi: Red Nose, il Commissario Antonelli, Lamboston, sempre divertenti e “impiccioni”.
Il libro è in vendita presso il mio negozio diretto e le maggiori librerie online, come IBS, Amazon, Hoepli e tante altre al prezzo di 4,99 Euro.
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guerra israelo-palestinese divisa tra uccisi e morti

dal TG1 delle 13.30 di oggi 19 aprile 2016: "da inizio ottobre quindi sale a 28 il numero degli israeliani uccisi, mentre sono 192 i palestinesi morti…"

Ecco, proprio un orrore, per una guerra che ormai dura da cento anni, quasi tanti sono gli anni che sono passati dalla famosa "Dichiarazione Balfour" (1917) con cui la Gran Bretagna riconosceva ai sionisti il diritto di formazione di "un focolare nazionale" in territorio palestinese; "precisamente da quando l'Occidente intese assicurare i propri interessi imperialistici a spese di un popolo i cui interessi non furono allora, come non lo sono oggi, tenuti in alcuna considerazione…" (Abdel Wael Zuaiter "Testamento d'un militante palestinese" 1972 in Martina Capurri, Abdel Zuaiter, 2015, pag. 103).

E' una guerra che ormai non avrà mai più vinti né vincitori, tante sono le generazioni che da allora vivono nel terrore di essere israeliani e nella dannazione di essere palestinesi, nelle mani di gente che, per decenni (e non torno indietro di duemila anni) ha ritenuto che fosse suo diritto manipolare i diritti di popoli e nazioni per farne i propri interessi, in spregio alla vita di tanta gente che, da allora, non sa cosa significhi "vivere in pace".

Sicuramente non esiste più alcun palestinese o israeliano che non abbia, obtorto collo, convissuto tutta la sua vita col continuo pericolo di un attentato, di una ritorsione, di un'occupazione, di un restringimento delle poche libertà. E questo vale dall'una parte e dall'altra.

Chi scrive, per cultura, per estrazione, per convincimento, è sempre stato dalla parte del popolo palestinese, e non ne ha mai fatto mistero. Ma i morti sono morti dappertutto, gli innocenti sono innocenti dappertutto, indipendentemente dai vari pazzi sanguinari che approfittano della situazione per lucrare potere, prestigio, danaro, in barba a gente che rischia la pelle ogni giorno, di bambini che, da una parte e dall'altra, non hanno mai avuto l'ombra di un sorriso sereno, senza pericoli, se non quelli comuni a tutti gli uomini e donne della terra.

E oggi, dopo un ennesimo attentato perpetrato da parte, stavolta, di disperati militanti palestinesi e che ha provocato la morte di innocenti israeliani, e a cui seguirà certamente l'ennesima ritorsione a danno di innocenti palestinesi, ancora la nostra TV di Stato è capace di distinguere tra "uccisi" e "morti", quasi che gli israeliani fossero sempre e solo vittime e i palestinesi sempre e solo carnefici, cui spetta di dover morire per i propri crimini, anche se si tratta di 28 e 192 vittime innocenti di una guerra voluta da altri e combattuta da pochi che hanno in spregio, anche loro, la vita degli innocenti.

Ciò che non è giusto è che certe frasi vengano fatte passare come neutrali e quindi accettabili. E la falsa neutralità trasforma gli uomini in automi, senza un pensiero proprio, senza saper distinguere il vero dal falso.

E viviamo in un paese occidentale e democratico e, drammaticamente “politically correct”!

sosteniamo “I Siciliani” e Riccardo Orioles

CATANIA IN PIAZZA
Riccardo Orioles e i suoi ragazzi non si fermano. Continuano a chiedere ostinatamente quanto ci spetta. Spesso sono soli e la solitudine, in certi casi, è pericolosa.
Non dimentichiamo questi nostri amici che si danno da fare, anche se in tasca non gliene viene niente, anche se i pericoli incombono sempre più, anche se spesso vengono semplicemente ignorati.
Fanno anche la nostra parte, perché noi purtroppo siamo troppo abituati a stare lontani da queste storie, a leggerle, a volte a piangerne le vittime. Senza ritegno, senza vergogna, anzi con la supponenza di chi, pur non facendo nulla, si sente dalla parte del giusto.
Non saremo mai dalla parte del giusto fintantoché non ci faremo sorprendere, sistematicamente, da cosa è capace di fare la Società Civile, quella Società Civile che è sempre presente, anche se silenziata.
Non saremo nel giusto fintantoché faremo come gli struzzi.
Non saremo nel giusto se non ci sporchiamo le mani e non ci facciamo mettere in discussione da queste testimonianze.
Con Riccardo Orioles e i suoi Giovani Siciliani, andiamo anche noi “Senza Rabbia né Paura”.
Pubblico il loro appello. Chi crede potrà ricevere una copia de “I Siciliani Giovani”. Basta chiederla a me. Anche leggere una copia di questo giornale gratuito può significare cominciare ad alzare la testa. Ma i modi sono mille, lasciamoci influenzare da questo guerriero che combatte da 40 anni, quando era un ragazzo e lottava al seguito di Pippo Fava, Martire
lamboston
Senza rabbia né paura
“Trentadue anni dopo la battaglia contro i Cavalieri dell’apocalisse mafiosa, la lotta al monopolio di Ciancio, e l’assassinio di Giuseppe Fava, la città versa ancora nel degrado e nella soggezione. L’informazione è ancora sotto dittatura, i sindaci inaugurano ancora le aziende degli imprenditori collusi e i giovani lasciano a migliaia una terra senza speranza. E’ perciò che quest’anno, nel giorno della memoria e della lotta, chiamiamo i cittadini, con esponenti significativi della società civile, a incontrarsi con noi. Non per  l’ennesimo dibattito fra politici ma per promuovere concretamente e insieme la salvezza della città”.
Questo era il nostro appello del 5 gennaio di quest’anno. L’appello è stato raccolto e numerose associazioni si preparano in questi giorni a sfilare in piazza contro la mafia.
Il potere mafioso, per noi, ha sempre avuto dei nomi e cognomi precisi (i boss e i killer ma anche gli imprenditori e i politici tolleranti o collusi) e noi dei Siciliani questi nomi li abbiamo sempre fatti con chiarezza. Non pensiamo di cambiare stile.
Mentre noi prepariamo le manifestazioni, a Palermo i carabinieri perquisiscono la sede di Confindustria. Imprenditori come Montante o Costanzo (che noi abbiamo denunciato per primi) sono ancora degli  interlocutori? E’ permesso, adesso, fare i loro nomi?
I soldi di Ciancio in Svizzera, perché Repubblica non li ha pubblicati? Gli accordi fra Bianco e Ciancio esistono, o se li sono inventati i carabinieri? E quanto a noi, se facciamo queste domande siamo degli “estremisti” che turbano la pacifica convivenza di buoni e cattivi, o stiamo semplicemente seguendo la nostra storia?
E’ una storia precisa (Fava, D’Urso, Scidà) con una continuità che a qualcuno fa paura. E non a caso, a Catania, la si vorrebbe cancellare. Ma l’ avvenire è figlio della storia, e chi ignora il passato non può avere un futuro.
Questo diciamo ai giovani. Uniti, senza barriere politiche, senza paura. La mafia, il potere mafiosa, la borghesia mafiosa non dureranno per sempre. Ma bisogna sfidarle a viso aperto, senza mezze misure. Rancore per nessuno, neanche per chi ha ingannato chi si fidava. Ma compromessi niente.
Avanti, allora, insieme in piazza e nella vita. E’ lunga ‘sta nottata, ma finirà.

APRIAMO LE PORTE ALL’ISLAM

Mi approprio di questo contributo di Ascanio Celestini pubblicato su Internazionale e lo condivido con voi.

Apriamo le porte all’islam.

Questo è il momento migliore, anzi è l’unica cosa intelligente e persino furba che possiamo fare.

Sono uscito dal teatro nel quale ho fatto uno spettacolo e in un bar, dove ho preso un caffè per arrivare sveglio a casa, ho appreso della strage in corso in Francia. Nel mio quotidiano si è infilata questa coltellata. Così è successo a me e penso che sia accaduto anche a tanti altri. Ma al telegiornale di notte ho sentito anche Matteo Salvini e l’ho risentito rimbalzare per tutto il giorno successivo in televisione e in rete.

“Chi mi parla dell’islam moderato lo prendo a calci in culo”, scrive, e “non è più il momento dell’ipocrisia, delle sfilate e dei minuti di silenzio, questa è una guerra, serve un intervento militare internazionale subito in Siria e in Libia”.

L’ha detto il migliore degli urlatori che conosce il tono più appropriato per rimbombare nelle pance degli italiani e farle risuonare più del cervello. Ma tanti altri hanno ripetuto lo stesso concetto.

E invece no.

Le bombe non serviranno a nulla. Inaspriranno la violenza, moltiplicheranno gli assassini

Non sono d’accordo nemmeno un po’. Nemmeno se avessero ucciso persone che conosco.

Per ore ho cercato i miei amici a Parigi. Li ho sentiti sconvolti. Mi dicono: “Eravamo fuori a poche centinaia di metri. Siamo sotto shock, ma…”, “C. sta chiusa in casa, un po’ di paura, aspettiamo domani per capirci qualcosa…”, “Io tutto bene…”, “Tutto bene. Nessun morto in famiglia, ma sto in Lussemburgo, chissà se ci lasciano tornare in Francia. Un abbraccio”, “… una punta di vera disperazione per il mondo in cui viviamo” e “Noi bene. A casa per fortuna”.

Faccio un paragone che sembra azzardato, ma sono convinto che non lo sia. Nel nostro paese è stato possibile chiudere i manicomi perché gli infermieri e i medici che ci lavoravano si sono ribellati contro i medici e gli infermieri che gli lavoravano accanto e volevano (per paura, per interesse personale, per ideologia, per stupidità, per morbosità) tenere in piedi quel tritacarne umano che era il manicomio.

La stessa forza dobbiamo trovarla nelle donne e negli uomini di religione islamica che vogliono e devono aiutarci a combattere dall'interno questo tumore spietato. Le bombe non serviranno a nulla. Inaspriranno la violenza, moltiplicheranno gli assassini, trasformeranno i pacifici in guerriglieri. Sarà duro e forse anche pericoloso. Ma bisogna saltare da questa finestra perché non c’è una minestra in alternativa.