FABER E IL PROGRESSIVE ROCK ITALIANO

FABER E IL “PROGRESSIVE ROCK” ITALIANO
Dovrei spiegare come sia stato possibile che un ragazzo, agli albori degli anni settanta si innamori della musica successivamente conosciuta come “progressive”, senza aver avuto nessuno che ce lo avvicinasse o particolari predisposizioni famigliari.
Il massimo di quanto si ascoltava dalle mie parti allora erano i Beatles, che si erano appena sciolti, i Rolling Stones e la musica beat italiana.
Io avevo cominciato ad apprezzare il cantautorato italiano, ma solo italiano per allora, con la morte di Luigi Tenco 4 anni prima.
Allora debbo tornare a qualche anno indietro.
Il mio maestro delle elementari si chiamava Aldo; Aldo Cialone di Teramo. Era un grande maestro, negli anni sarebbe diventato un mito di simpatia e un amico; aveva però la malattia di volermi fare imparare le poesie a memoria e qui sbatteva il muso. Mi rifiutavo continuamente e l’avrei fatto per tutta la vita. Ma una poesia, volente o nolente, mi aveva conquistato: era Johnnie Sayre, tratta dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters1. La conosco ancora a memoria, o quasi.
Fu così che nel 1971, quando uscì il disco di Faber “Non al denaro non all’amore né al cielo”, liberamente tratto dall’Antologia, l’avevo già letta tutta e conoscevo Fernanda Pivano che l’aveva tradotta e presentata e sapevo di Cesare Pavese, grande scrittore e primo estimatore dell’opera.
Anche se davvero piccolo, avevo solo 14 anni, per queste cose ero già cresciuto, e solo tanti anni dopo avrei capito quanto e quanto presto.
Conoscevo De André per La buona Novella, per Storia di un Impiegato e per la discografia della prima ora; me n’ero innamorato sentendo “Preghiera in Gennaio” in TV, la canzone che aveva dedicato al suo amico Luigi Tenco, dopo la sua morte.
Avevo solo dieci anni quando Tenco morì; lo conoscevo perché piaceva alla mia mamma, che lo amava follemente, per le sue canzoni “normali” come Lontano lontano, Angela e Un giorno dopo l’altro che, tra l’altro, era la colonna sonora di una serie di “Maigret” con Gino Cervi.
Il passaggio da “quel” Tenco a De André fu dirompente. Solo qualche anno dopo avrei scoperto che Tenco aveva scritto canzoni come “La ballata del marinaio” e cantato la sua versione italiana di “Blowin’ in the Wind” e la “Ballata dell’eroe” di De André.
Corsi quindi a comprare il disco di Faber e, ligio al dovere, mi misi immediatamente a confrontare i testi delle sue canzoni con quelli originali di Lee Masters.
Ero però già un “vecchio catto-comunista” bacchettone in pancia, per cui mi indignai tantissimo quando scoprii che Faber aveva messo una bestemmia in una canzone, quando nell’originale di Edgar Lee Masters non ce n’era traccia!2
Altrettanto di corsa andai a riportare il disco al negoziante, chiedendo scusa e con l’intenzione di comprare un altro disco.
Cominciai a guardare attentamente tra i dischi, ma non trovavo nulla che potesse placare la mia indignazione.
Finalmente restai illuminato! La copertina del disco rappresentava tre barboni capelloni a petto nudo e coperti di qualcosa di simile alla farina, il disco si chiamava “Collage” e il gruppo era “Le Orme”. Riconobbi il gruppo che qualche tempo prima era andato al Disco per l’Estate con “Senti l’estate che torna” ma, chissà come, pensai che si trattasse di qualcosa di nuovo e sconvolgente!
Stavo entrando inconsciamente nel mondo fantastico del “progressive rock” italiano e non sapevo che stavo scoprendo davvero un mondo!
Provare per credere: prova a sentire ancora oggi “Sguardo verso il cielo”, “Cemento armato”, “Collage” classicheggiante, “Evasione totale” e le altre splendide tre canzoni!
Non ne sarei uscito illeso. Qualche tempo dopo sarei diventato uno dei più grossi esperti, fra gli amici, di quella musica strana e meravigliosa, che si chiamava e si chiama “Progressive Rock”! E dopo Le Orme, i Genesis, i King Crimson, i Van der Graaf e la PFM e Banco, e ancora, ancora.
Formidabili quegli anni! E tutto legato a Fabrizio De Andrè e a uno dei suoi capolavori: Non al denaro non all’amore né al cielo!
1Babbo, non potrai mai sapere/quanta angoscia mi strinse il cuore,/per la mia disubbidienza, quando sentii/ la ruota spietata della locomotiva/mordermi nella carne viva della gamba./Mentre mi  portavano dalla vedova Morris/vidi ancora nella valle la scuola/che marinavo per salire di nascosto sui treni./Pregai di vivere finché potessi chiederti perdono/e poi le tue lacrime, le tue rotte parole di conforto!/Dal sollievo di quell’ora mi venne felicità infinita/Tu fosti saggio a far scolpire per me:/”Strappato al male a venire”. (poesia 43 – L’Antologia di Spoon River – Edgar Lee Masters
2“Ma che la baciai per Dio sì lo ricordo/e il mio cuore le restò sulle labbra” (Un malato di cuore – Non al denaro non all’amore né al cielo – Fabrizio De André; cfr. con Edgar Lee Masters “Kissing her with my soul upon my lips/It suddenly took flight” – “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra/l’anima d’improvviso mi fuggì” – Francis Turner)

ZENIT – componimento di Lamboston

ZENIT

Vedi come il sole infrange il mare l’estate?
Vedi questo meraviglioso spettacolo che si ripete ogni giorno anche se tu non ci sei?
In questi anni accade davvero ogni giorno
Giorni belli come allora
Giorni brutti come allora
Ogni mattina il sole si alza e ci regala qualcosa di bello
Ogni sera scende sul cupio dissolvi
di qualcuno un po’ mesto
La differenza è che tu non ci sei
Non hai colto l’attimo e sei fuggito
La vita è continuata è andata avanti per tutti quelli che avevi vicino
Anche per quelli che non conoscevi
E per quelli dai quali fuggivi
E per quelli che amavi e che sicuramente ami ancora
Manchi solo tu
A ringraziare Dio per questa giornata
Manchi solo tu che avresti potuto continuare a bestemmiarlo
Senza che si offendesse
Aspettando che rinsavissi
A quest’ora il sole è sempre alto nel cielo
E ancora si alzerà fino a giungere al suo zenit
Per poi scendere addormentarsi placarsi
e tornare domattina
per un nuovo spettacolo
Giulianova, ventidue sei quindici, 07,40 XXXVII

RAVE MORTALE – racconto inedito di Lamboston

RAVE MORTALE
lamboston
Stava serenamente incastrato in un silenzio d’oro, lì, davanti alla consolle e al mega schermo che gli proponeva un paesaggio idilliaco; era sorridente, quasi ebete ed estasiato nel guardare quell’atmosfera assoluta, assurda, assuefatta e piena di niente.
Stabat…
Già, come chi è presente ad ogni impulso elettronico e digitale, attento ad ogni minima cosa che si muovesse fra i vari “social” ai quali partecipava vivamente…
Aveva partecipato l’ultima volta a un rave digitale, dove ci si incontra immaterialmente, senza cattivi odori umani, senza mescolanze, senza quegli antipatici e poco igienici contatti fisici…, era stata una grande festa, nella quale aveva avuto la buona sorte di non dover chiedere a nessuno un po’ di spazio, perché ce n’era tanto nell’immaginario; aveva goduto virtualmente delle trasgressioni del rave, con la musica che preferiva, ben conscio che ciascun partecipante al rave ascoltava contemporaneamente la musica che preferiva, anche se era diversa.
Era stato bello partecipare a quello sballo collettivo senza uscire di casa.
Un altro giorno invece era stato ad una conferenza digitale, si parlava di cose interessanti: social network, cuffie, chat, siti di incontri virtuali, insomma di tutte le cose per cui vale la pena di vivere, senza frammistioni e pericolosi assembramenti.
Senza doversi per forza coinvolgere fisicamente.
Era stato fra i più attivi: aveva anche parlato di sensazioni, sentimenti, cose giuste; aveva deciso di iscriversi a un partito virtuale, prendere una laurea online, incontrare qualche ragazza sul web con la quale flirtare e da conoscere, ma senza troppi incontri ravvicinati.
Questo sì che lo rendeva felice, sereno; così poteva affrontare la vita, magari avrebbe anche trovato un lavoro in casa, potendo anche lavorare di notte se di giorno avesse dovuto chattare o avesse avuto qualche altro interesse. Davvero una cosa figa…
Invece quel giorno in treno (costretto a prenderlo per rientrare a casa nella maniera più anonima da una obbligatoria lezione in facoltà), mentre era intento al suo tablet e già era concentrato in multitasking con tutto il mondo vero, aveva avuto la fastidiosa sensazione di essere osservato e questo lo aveva un po’ seccato. Aveva alzato la testa e aveva visto una ragazza che lo osservava.
Era strano: lei era sorridente e disincantata, aveva un libro in mano e improvvisamente gli chiese cosa facesse e dove andasse.
Ma sono domande che si fanno? si chiese e comunque non aveva saputo ben rispondere, in fondo neanche erano amici su facebook, “cosa posso dirle? e perché dovrei?”
In qualche modo le rispose e chiacchierarono anche un po’; non avevano molte cose in comune, sembrava, in quanto lei mostrava tanto interesse per cose superate, come uscire, socializzare fuori di casa e senza User Id e password, che garantivano certamente l’autenticità ed evitavano quindi cattivi e non graditi incontri, ma comunque continuarono a parlare.
Alla fine lei gli chiese se poteva avere il suo numero di telefono così magari si sarebbero sentiti ancora e, chissà, rivisti.
Lui le aveva risposto dandole il suo nick su fb “troviamoci là, chiedimi l’amicizia”; poi lei era scesa e non aveva più sentito la sua presenza.
Era rimasto solo quel fastidio fisico, quella strana sensazione, antipatica davvero, di essere scombussolato, quasi quella bella presenza l’avesse turbato, avesse smosso qualcosa al suo interno che non era governato dalla chat, e quindi insopportabile, fuori dal senso comune.
Che si fosse trattato di infatuazione, di attrazione fisica? Mah… una cosa terribile e mai provata, fuori dagli schemi.
Poi era tornato a casa e si era rimesso al suo posto “social”, in attesa di incontrare qualcuno, o magari lei, e si era reinserito nel mondo… Non l’aveva incontrata, forse perché lei non era iscritta, o forse perché non aveva voluto continuare così, chissà.
Certo di tanto in tanto si fermava e provava a ricostruire quei momenti fastidiosi di quel pomeriggio sul treno, quando qualcuno aveva provato a distrarlo dal suo mondo, e quando lui aveva avuto una strana vitale sensazione.
Il turbamento a volte tornava, ma poi, per fortuna, rientrava nella normalità della sua splendida vita.
Fino a che era rimasto lì’. Fermo, serenamente incastrato in un silenzio d’oro, nel suo comune, sereno e rassicurante silenzio d’oro.
Continuavano a sfilare, sullo schermo, le news della home, con le immagini tutte colorate, con la condivisione di foto di tutti i suoi amici virtuali; ecco, aveva 13 richieste di amicizia, 18 notifiche, 3 inviti, ma lui non vedeva più nulla.
Era lì, con lo sguardo trasognato, sorridente, quasi ebete, dimentico di respirare, ad attendere qualcosa che non sarebbe mai più accaduto, morendo di nostalgia.
Ma cos’era la nostalgia? Non conosceva neanche quella…

FRANCIS SCOTT FITZGERALD – LA MERICA – SCRITTORI DEL ‘900

FRANCIS SCOTT FITZGERALD
Mi piace pensare che Francis Scott Fitzgerald, il padre e il cantore dell’Età del Jazz, sia nato a Saint Paul, nel Minnesota, la città dove trent’anni dopo sarebbe vissuto il papà di Charlie Brown, il cantore della purezza e del disincanto deiPeanuts, Charles M. Schulz.
Scott Fitzgerald, cantò con le sue innumerevoli “tales” il periodo tra la fine della grande guerra e la grande crisi con il disincanto di chi vive pienamente un periodo di riflusso, ne gode e ne soffre le contraddizioni come un buon americano medio, vive del lusso e della sfrenatezza e sregolatezza del periodo; lo esalta, o così dà a vedere, ne racconta in maniera trasgressiva e insieme rispettosa, come il suo amico-rivale Ernest Hemingway, le esagerazioni e le esasperazioni, esaltando l’immagine del potere del denaro e, nello stesso tempo, deridendolo dall’interno dello stesso sistema, come ne “Il diamante grosso come l’Hotel Ritz”, nella raccolta “Racconti dell’età del Jazz”.
La vita sfrenata nel lusso e nella dissolutezza insieme alla moglie Zelda, ne danno l’idea di un uomo perfettamente allineato al sistema di vita americano dell’epoca, assolutamente fuori dalla cultura umanista; in realtà egli è attratto da quel sistema e nello stesso tempo ne è provato e “fu in quell’atmosfera di disgusto per la volgarità borghese della pseudo-ricchezza da un lato e per l’incapacità e la debolezza della pseudo-aristocrazia dall’altro che Scott crebbe, a disprezzare e insieme invidiare i ricchi e gli aristocratici; di fronte agli aristocratici provando insieme invidia per le nobili origini e disprezzo per l’inefficienza, e di fronte ai ricchi provando insieme disprezzo per la volgarità e invidia per l’efficienza e l’energia.” (Fernanda Pivano).
I personaggi principali dei suoi romanzi erano personaggi che avevano raggiunto o che avevano fatto di tutto per raggiungere la ricchezza, e che da quella stessa ricchezza o dal loro desiderio erano stati distrutti. E’ stato messo in risalto quel che Scott Fitzgerald denunciava: un’accusa contro il veleno del denaro, visto come mortale e per cui non sembravano esistere antidoti, denunciando la manipolazione esercitata mediante quel denaro su coloro che non lo posseggono, spesso fino alla loro rovina psichica e disintegrazione morale.
Come contraddizione scrisse spesso racconti solo per far soldi, per poter permettere alla moglie i lussi che desiderava; ma altrettanto spesso si elevava in maniera ironica e sarcastica contro tali idoli.
Fitzgerald giunse a Parigi nel 1924 per far parte, pur da esterno e da provocatore, della “gioventù maledetta” di scrittori americani emigrati in Europa, e tendenzialmente a Parigi. Vi arriva con la moglie e con il loro carico di entusiasmo e contraddizioni. La sua narrativa e la sua vita avrebbero finito per presentare un parallelo molto evidente, corrispondendo la problematica di una gioventù alla ricerca d’una perfezione irraggiungibile. Da ciò il desiderio di primeggiare fra gli studenti di Princeton e quando si era arruolato nell’esercito, la sua invidia per quelli che erano andati al fronte, sfidando il pericolo, si era fatta pungente, visto che a lui era toccata solo una squallida esperienza di caserma, rievocata con sarcasmo nel suo romanzo “Belli e dannati”.
Nel 1925, il suo capolavoro: “Il grande Gatsby”, nel quale si delinea la tragedia d’un amore impossibile del protagonista per una donna fatua, legata ad un matrimonio di convenienza, nel mondo ovattato ed egoista delle ricche ville di Long Island, che lo porta verso una morte senza significato, solo per il banale errore d’uno sprovveduto meccanico che l’ha confuso con l’amante della moglie…
Fu nel famoso salotto di Gertrude Stein in Rue de Fleurus che Fitzgerald conobbe Hemingway e da allora ebbero l’occasione di conoscersi e stimarsi, pur tanto diversi come uomini e come artisti. La decadente raffinatezza di Scott e la sua incerta salute davano un certo fastidio al sanguigno Ernest, ma il loro rapporto sarebbe sempre stato di stima e amicizia anche se, dopo Parigi, non si sarebbero più incontrati.
Poi per Scott sarebbe arrivato il crollo: la crisi del ’29, la progressiva pazzia di Zelda, il mediocre approccio col mondo del cinema, la malattia e la morte a Hollywood, regno di tutte le false illusioni. Aveva poco più di quarant’anni.