la Germania e i profughi

Leggo su www.internazionale.it un articolo di Gwynne Dyer, autorevole giornalista canadese che vive a Londra, questo articolo

 http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2015/10/15/germania-profughi-accoglienza in cui ci si chiede del perché la Germania abbia accolto e accolga così tanti profughi, dopo l’intervento di Merkel. Sicuramente il giornalista ha ragione quando afferma che molta parte della spiegazione sta nel fatto che:
“Tra il 1945 e il 1950 circa dodici milioni di profughi tedeschi arrivarono in Germania, un paese devastato dai bombardamenti e poverissimo. Negli anni dopo la guerra scarseggiava anche il cibo. Ma i tedeschi accolsero i profughi, condivisero ciò che avevano con loro e insieme riuscirono a tirare il paese fuori dal baratro. I tedeschi non amano rievocare quel periodo della loro storia, ma non l’hanno dimenticato. In realtà un quinto della popolazione è formata da quei rifugiati ormai anziani e dai loro figli e nipoti. Nel profondo, i tedeschi capiscono cosa vuol dire essere profughi più di qualsiasi altro popolo dell’Europa occidentale.”
Ma non basta. Non credo sia proprio così manifestamente generosa la loro ospitalità, anche se, a dire il vero, mi augurerei che in Italia accadesse la stessa cosa e per gli stessi motivi. Anche noi dovremmo ricordare, per dirla con Gian Antonio Stella, “Quando gli albanesi eravamo noi” e andavamo in giro per il mondo a cercare lavoro, aiuto, pane. Chi di noi non ha un nonno o un parente che è stato emigrante, specie nel nostro amato Meridione?
La Germania è un paese di gente lavoratrice e volitiva, senza dubbio generosa, ma molto legata alla grandezza dello Stato e al sogno americano della stabilità economica e della solidità dello stato, come potenza economica.
Ha una disoccupazione molto più bassa della media europea e ha adottato il cosiddetto “salario minimo di ingresso” proprio per dar lavoro a quante più persone sia possibile. Loro dicono: “meglio un piccolo stipendio per un periodo che un assegno di mantenimento che pesa unicamente sul sistema economico e che non induce la gente a lavorare”.
Geniale no? Da noi le varie sigle sindacali, che non cercano altro che allungare la propria vita ormai stentata prefigurando vecchi schemi – belli ma lontani dalla memoria e dall’attuale contesto – che avevano un senso compiuto negli anni settanta, piuttosto che ammodernarsi e scontrarsi, stavolta sì, con la nuova realtà, fatta di un capitalismo che sembra più soft ma che invece è più strisciante e subdolo; le varie sigle sindacali dicevo farebbero, e spesso hanno fatto, “un casino che la metà basta” contro un provvedimento del genere.
Loro invece, i nostri fratelli del nord, non solo danno “un piccolo stipendio” ai propri concittadini ma allargano i confini. “Perché andarsi a cercare forza lavoro all’estero e nuovi insediamenti, quando accogliere gente qui da noi ci fa ottenere il lavoro a basso costo a casa?”
Io penso che, oltre all’indubbio valore filantropico dell’atteggiamento tedesco, che ha lasciato il mondo senza parole, bisognerebbe riflettere anche su questo secondo non trascurabile scenario: generosità per accogliere siriani dotti, colti e preparati ma distrutti da una guerra terribile e farli lavorare per un periodo a basso costo, meritando comunque il plauso internazionale, piuttosto che accogliere i profughi africani, sporchi, non acculturati, distanti dalla “nostra forma” di civiltà. “Accogliendo quanti più siriani sia possibile (pensano ma non lo dicono) avremo a costo di un po’ di sofferenza, tanta manodopera a basso costo, gente volenterosa e grata imperituramente alla madre Germania, e non avremo difficoltà a dire “basta”, quando da noi dovessero bussare altre popolazioni più misere e meno appetibili. Danke. Abbiamo già dato”

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