26 giugno 2017: 50 anni senza don Milani. Il Papa Francesco mi ha risposto!

Ho incontrato don Lorenzo Milani, come tanti giovani di allora, solo qualche tempo dopo la sua morte tra le pagine di “Lettere a una professoressa” e non l’ho più lasciato o meglio, non mi ha più abbandonato. Nel suo modo speciale di fare scuola, di intendere la conoscenza, ma soprattutto il saper leggere e scrivere, come prima e unica possibilità per l’uomo di poter rivendicare un destino per se stesso. Il sistema più vile del potere per conservarsi a se stesso è proprio quello di lasciare che la gente sia ignorante e, per questo, incapace di difendersi e fare proprie rivendicazioni.
Straordinario il parallelismo di questa cosa con la Fontamara di Ignazio Silone e con il “che fare?” di Berardo Viola. Ma se ne parlerà ancora in questo blog e altrove. Oggi mi interessa approfondire un altro tema di don Lorenzo a cinquanta anni dal suo ritorno alla casa del Padre.
Mi riferisco alla sua straordinaria e pervicace obbedienza alla Chiesa! Ha subito tante angherie perché troppo conciliare in una Chiesa preconciliare, perché innamorato dei poveri. Ricordando la sua origine borghese la sua ultima battuta prima di morire fu: “che bello. Un cammello sta per passare per la cruna dell’ago!
Da ultimo il miracolo: qualche mese fa ho scritto a Papa Francesco (come pure avevo fatto dopo la beatificazione di Papa Paolo VI per ringraziarlo). Gli chiedevo un intervento della Chiesa nei confronti di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla sua morte. Sicuramente il Papa Francesco non ha potuto leggere la mia lettera, come neanche la precedente.
Ma in realtà io non l’ho scritta perché mi leggesse, ma solo, confidando nella preghiera, perché mi rispondesse! E Papa Francesco mi ha risposto: il 20 giugno si è recato a Barbiana a pregare sulla tomba di don Lorenzo e dicendo, tra l’altro:
“Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Vari Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma.”
Straordinario. Grazie Papa Francesco. Grazie don Lorenzo!
Per chi avesse voglia di seguito riporto il testo delle parole pronunciate dal papa Francesco in quella occasione.

lamboston

 

VISITA ALLA TOMBA DI DON LORENZO MILANI – DISCORSO COMMEMORATIVO DEL SANTO PADRE
Giardino adiacente la Chiesa di Sant’Andrea a Barbiana (Firenze)
Martedì, 20 giugno 2017
Cari fratelli e sorelle, sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce.
1. Mi rallegro di incontrare qui coloro che furono a suo tempo allievi di don Lorenzo Milani, alcuni nella scuola popolare di San Donato a Calenzano, altri qui nella scuola di Barbiana. Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione, nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato, con piena fedeltà al Vangelo e proprio per questo con piena fedeltà a ciascuno di voi, che il Signore gli aveva affidato. E siete testimoni della sua passione educativa, del suo intento di risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino.
Di qui il suo dedicarsi completamente alla scuola, con una scelta che qui a Barbiana egli attuerà in maniera ancora più radicale. La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo. E quando la decisione del Vescovo lo condusse da Calenzano a qui, tra i ragazzi di Barbiana, capì subito che se il Signore aveva permesso quel distacco era per dargli dei nuovi figli da far crescere e da amare. Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità.
2. Sono qui anche alcuni ragazzi e giovani, che rappresentano per noi i tanti ragazzi e giovani che oggi hanno bisogno di chi li accompagni nel cammino della loro crescita. So che voi, come tanti altri nel mondo, vivete in situazioni di marginalità, e che qualcuno vi sta accanto per non lasciarvi soli e indicarvi una strada di possibile riscatto, un futuro che si apra su orizzonti più positivi. Vorrei da qui ringraziare tutti gli educatori, quanti si pongono al servizio della crescita delle nuove generazioni, in particolare di coloro che si trovano in situazioni di disagio. La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. Ma soprattutto è una missione. Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare. E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune. Troviamo scritto in Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Questo è un appello alla responsabilità. Un appello che riguarda voi, cari giovani, ma prima di tutto noi, adulti, chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico, come ricerca del vero, del bello e del bene, pronti a pagare il prezzo che ciò comporta. E questo senza compromessi.
3. Infine, ma non da ultimo, mi rivolgo a voi sacerdoti che ho voluto accanto a me qui a Barbiana. Vedo tra voi preti anziani, che avete condiviso con don Lorenzo Milani gli anni del seminario o il ministero in luoghi qui vicini; e anche preti giovani, che rappresentano il futuro del clero fiorentino e italiano. Alcuni di voi siete dunque testimoni dell’avventura umana e sacerdotale di don Lorenzo, altri ne siete eredi. A tutti voglio ricordare che la dimensione sacerdotale di don Lorenzo Milani è alla radice di tutto quanto sono andato rievocando finora di lui. La dimensione sacerdotale è la radice di tutto quello che ha fatto. Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito. Sono note le parole della sua guida spirituale, don Raffaele Bensi, al quale hanno attinto in quegli anni le figure più alte del cattolicesimo fiorentino, così vivo attorno alla metà del secolo scorso, sotto il paterno ministero del venerabile Cardinale Elia Dalla Costa. Così ha detto don Bensi: «Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire» (Nazzareno Fabbretti, “Intervista a Mons. Raffaele Bensi”, Domenica del Corriere, 27 giugno 1971). Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto. Diceva sua madre Alice: «Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale». Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli. Cari preti, con la grazia di Dio, cerchiamo di essere uomini di fede, una fede schietta, non annacquata; e uomini di carità, carità pastorale verso tutti coloro che il Signore ci affida come fratelli e figli. Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare, mostrandola come madre premurosa di tutti, soprattutto dei più poveri e fragili, sia nella vita sociale sia in quella personale e religiosa. La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità.
4. Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al Vescovo scrisse: «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…». Dal Card. Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa. Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: «Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità» (Nazareno Fabbretti, “Incontro con la madre del parroco di Barbiana a tre anni dalla sua morte”, Il Resto del Carlino, Bologna, 8 luglio 1970. Il prete «trasparente e duro come un diamante» continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa. Prendete la fiaccola e portatela avanti! Grazie.
Grazie tante di nuovo! Pregate per me, non dimenticatevi. Che anche io prenda l’esempio di questo bravo prete! Grazie della vostra presenza. Che il Signore vi benedica. E voi sacerdoti, tutti – perché non c’è pensione nel sacerdozio! -, tutti, avanti e con coraggio! Grazie.

la mia mamma: 25 giugno 2013

 

Tendiamo a scrivere sempre cose “politically correct”, quasi non avessimo un’anima che non sia quella collettiva. Tutto ciò che scriviamo nei post potrebbe averlo scritto un qualsiasi altro di noi, con più o meno sensibilità, con maggior senso del popolo e della giustizia o con minore attenzione agli ultimi del mondo. Qualcuno si trova sistematicamente a essere lodevole e riceve molti “like” “tweet” “retweet” e altro; qualcun altro invece viene sistematicamente disprezzato e vilipeso perché sistematicamente dice cazzate “di destra”  (Gaber in fondo ci aveva visto bene).

Nemmeno io mi sottraggo alla banalità e alla voglia di essere alla ricerca di like, di follower, di qualcuno che finalmente si decida a leggere il mio libro e finalmente a dire “cazzo! ma davvero questo è il nuovo Moravia per la miseria”, e giù successo a volontà. Infatti mi sto preparando da giorni a scrivere per domani un post su Don Lorenzo Milani, a 50 anni dal suo ritorno alla casa del Padre, visto che qui nessuno lo ha voluto ascoltare.

Ma stasera no. Non lo voglio fare. Mi è venuta improvvisa una voglia intimista, personale, di cui sicuramente a nessuno fregherà un bel niente! Non potrò ricevere like e follower per questa cosa, ma “a questo mondo c’è giustizia finalmente” direbbe “Lorenzo Tramaglino o come dicevan tutti Renzo”, quindi chissenefrega dei like per una volta!

Domani ricorre il quarto anniversario dalla morte della mia mamma e voglio partecipare di questo tutti voi, che vi interessi o meno son cose del tutto secondarie, credetemi. Ho chiesto al mio Parroco, amico storico di famiglia, di celebrare domani una santa Messa per mamma e per papà, che l’aveva preceduta diversi anni prima, tanto giovane ero per poterne partecipare chicchessia. Il mio Parroco ha detto che vuole celebrare lui la Messa per ricordare i suoi amici. E domani accadrà. Cosa bella e tenera.

In fondo cosa voglio partecipare: niente di che, solo che in questo mondo ci sono grazie al loro amore, se penso e dico e scrivo quel che dico lo devo a loro e la mia mamma, specie negli anni in cui ha fatto le veci di entrambi i miei genitori, è stata un’icona di riferimento, una grazia di Dio, come si dice. Ma anche all’epoca di quando ero ragazzo, nonostante io e la mia sintonia e distanza dal mio amato papà, degno del desiderio di emulazione e degno del desiderio di lotta contro il padre per poter lottare contro il male del mondo, nonostante questo fu la mia mamma ad accorgersi del mio essere anarchico. Lei lo dicevo con dolore, per quanto la sua educazione da fiera Azione Cattolica negli anni della Resistenza le impedissero di pensare diversamente, ma con immenso amore aveva individuato prima di me, il mio spirito battagliero, fiero, pieno di fede, ma anarchico nell’accettare, o meglio nel non accettare, certe regole che ci venivano imposte dallo Stato, dalla strategia della tensione voluta dai poteri forti, ma anche dalle nostre ideologie, troppo cieche per poter leggere attentamente la realtà.

Ecco, solo con due parole, ricordo il mio papà e la mia mamma, specie in questo giorno in cui mi mancano, e mi manca enormemente la presenza di lei, rappresentante di entrambi per un lungo periodo. Quattro anni fa ho capito che avrei dovuto camminare da solo, insieme a mia moglie e alla mia “discreta quantità” di figli, per raggiungere quanto ci è stato promesso, ma senza ignorare la realtà di ogni giorno, come ci insegnerà ancora Don Lorenzo. A domani con il post convenzionale, ma comunque amato, per don Lorenzo. A domani con nel mio cuore non conformista, la presenza della mia mamma e del mio papà, anche se “non sta bene” parlar de’ cazzi miei, almeno così si dice! Vi voglio bene…

il “vecchierel” di Petrarca ai giorni nostri

Movesi il vecchierel canuto e bianco
del dolce loco ov’ha sua età fornita
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi traendo poi l’antiquo fianco
per l’estreme giornate di sua vita,
quanto piú pò col buon voler s’aita,
rotto dagli anni e dal cammino stanco;

e viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:

cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile in altrui
la disïata vostra forma vera.

(F. Petrarca, Canzoniere, XVI, Einaudi, Parnaso Italiano, 1962)

Ma perché parlare di Petrarca nel 2017? E perché cominciare dalla poesia sul “vecchierel canuto e bianco”? Non credo ci sia una ragione, né credo ci debba essere. Il Sommo Poeta, con rispetto parlando, è un po’ come la Bibbia per noi cattolici: basta aprirla per trovare una ragione per cui ne è valsa la pena. Così per Petrarca che in questa poesia, magnifica, ci fa vivere un attimo, uno solo, della sua immensa e continua ricerca del vero per sé: l’amore per la sua donna ideale e, nel contempo, ma più fortemente, l’amore che continuamente e incessantemente gli ha donato il Padre Celeste e che lui, a suo dire, solo a tratti ha saputo comprendere e apprezzare: così il “vecchierel canuto e bianco”, “rotto dagli anni e dal cammino stanco” si reca a Roma “per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassù nel ciel vedere spera”, mentre lui chiede quasi perdono per andar cercando in un’altra donna “la disiata vostra forma  vera”: passione e pentimento nella gloriosa vita di chi ha spesso cercato altro ma mai ha dimenticato il vero segno della sua vita.

A noi cosa insegna? Purtroppo molto poco, abituati a sferruzzare la lana per fare una tela come quella di Penelope, in attesa dell’arrivo dei Tartari di Buzzati e non accorgendoci che ogni giorno sono alle nostre porte e ci riempiono la testa di corbellerie, impedendoci di vedere che sono arrivati, che li abbiamo accolti senza combattere e che si stanno sollazzando delle nostre povere teste vuote come i Proci.

Abbiamo abbassato la guardia con consumismo, animalismo e tanti altri “-ismi” che non siamo più capaci di rivolgerci all’essenziale come Petrarca che, umanamente, continuava a sbagliare obiettivo ma, cristianamente, ogni attimo si richiamava ai suoi valori