la Germania e i profughi

Leggo su www.internazionale.it un articolo di Gwynne Dyer, autorevole giornalista canadese che vive a Londra, questo articolo

 http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2015/10/15/germania-profughi-accoglienza in cui ci si chiede del perché la Germania abbia accolto e accolga così tanti profughi, dopo l’intervento di Merkel. Sicuramente il giornalista ha ragione quando afferma che molta parte della spiegazione sta nel fatto che:
“Tra il 1945 e il 1950 circa dodici milioni di profughi tedeschi arrivarono in Germania, un paese devastato dai bombardamenti e poverissimo. Negli anni dopo la guerra scarseggiava anche il cibo. Ma i tedeschi accolsero i profughi, condivisero ciò che avevano con loro e insieme riuscirono a tirare il paese fuori dal baratro. I tedeschi non amano rievocare quel periodo della loro storia, ma non l’hanno dimenticato. In realtà un quinto della popolazione è formata da quei rifugiati ormai anziani e dai loro figli e nipoti. Nel profondo, i tedeschi capiscono cosa vuol dire essere profughi più di qualsiasi altro popolo dell’Europa occidentale.”
Ma non basta. Non credo sia proprio così manifestamente generosa la loro ospitalità, anche se, a dire il vero, mi augurerei che in Italia accadesse la stessa cosa e per gli stessi motivi. Anche noi dovremmo ricordare, per dirla con Gian Antonio Stella, “Quando gli albanesi eravamo noi” e andavamo in giro per il mondo a cercare lavoro, aiuto, pane. Chi di noi non ha un nonno o un parente che è stato emigrante, specie nel nostro amato Meridione?
La Germania è un paese di gente lavoratrice e volitiva, senza dubbio generosa, ma molto legata alla grandezza dello Stato e al sogno americano della stabilità economica e della solidità dello stato, come potenza economica.
Ha una disoccupazione molto più bassa della media europea e ha adottato il cosiddetto “salario minimo di ingresso” proprio per dar lavoro a quante più persone sia possibile. Loro dicono: “meglio un piccolo stipendio per un periodo che un assegno di mantenimento che pesa unicamente sul sistema economico e che non induce la gente a lavorare”.
Geniale no? Da noi le varie sigle sindacali, che non cercano altro che allungare la propria vita ormai stentata prefigurando vecchi schemi – belli ma lontani dalla memoria e dall’attuale contesto – che avevano un senso compiuto negli anni settanta, piuttosto che ammodernarsi e scontrarsi, stavolta sì, con la nuova realtà, fatta di un capitalismo che sembra più soft ma che invece è più strisciante e subdolo; le varie sigle sindacali dicevo farebbero, e spesso hanno fatto, “un casino che la metà basta” contro un provvedimento del genere.
Loro invece, i nostri fratelli del nord, non solo danno “un piccolo stipendio” ai propri concittadini ma allargano i confini. “Perché andarsi a cercare forza lavoro all’estero e nuovi insediamenti, quando accogliere gente qui da noi ci fa ottenere il lavoro a basso costo a casa?”
Io penso che, oltre all’indubbio valore filantropico dell’atteggiamento tedesco, che ha lasciato il mondo senza parole, bisognerebbe riflettere anche su questo secondo non trascurabile scenario: generosità per accogliere siriani dotti, colti e preparati ma distrutti da una guerra terribile e farli lavorare per un periodo a basso costo, meritando comunque il plauso internazionale, piuttosto che accogliere i profughi africani, sporchi, non acculturati, distanti dalla “nostra forma” di civiltà. “Accogliendo quanti più siriani sia possibile (pensano ma non lo dicono) avremo a costo di un po’ di sofferenza, tanta manodopera a basso costo, gente volenterosa e grata imperituramente alla madre Germania, e non avremo difficoltà a dire “basta”, quando da noi dovessero bussare altre popolazioni più misere e meno appetibili. Danke. Abbiamo già dato”

Laudato si’ a Giulianova

Alla Festa della Madonna del Portosalvo, durante l’omelia del 9 agosto, ho improvvidamente pensato che “S.E. Il Nostro Vescovo”, per aderire alle sollecitazioni del Santo Padre Francesco in materia di ecologia e di tutela e rispetto per l’ambiente, si fosse ispirato al “primo libro secondo Wikipedia”

Sembrava infatti una omelia fatta per forza, che dava delle categorie ma che in fondo non toccava nessuno dei presenti, delle istituzioni e non.
“Non bisogna”, “ci vuole rispetto”, “il mondo che lasceremo ai nostri figli” e banalità di questo genere avevano riempito l’Omelia, quasi che Sua Eccellenza non sapesse che dire, non avesse argomenti, fosse rimasto impreparato di fronte all’autorevole messaggio del Capo della Chiesa.

Niente di più sbagliato. Mi ero lasciato andare a un pensiero sorpreso e ammiccante, quasi che la presenza di tanta autorità giuliese avesse intimorito Monsignor Seccia!
Invece alla fine della cerimonia religiosa, al momento dei ringraziamenti e quindi ben prima della benedizione che tradizionalmente congeda il popolo credente, quello curioso e quello sempre presente ai momenti topici, Sua Eccellenza, pur “non volendo fare polemiche con i presenti”, ha sparato una grande bordata contro gli affondatori dell’Adriatico!!! 
Certo non si è soffermato sui problemi che ci sono tra Salinello e Tordino, sulla gestione degli scarichi a mare e sulle tante problematiche che ci sono dietro questo grande Circo che è la politica giuliese, ma di fronte a “tanta bella gente” riunita in prima fila, rappresentante l’intero arco istituzionale, politico e militare, insomma “la gente che conta”, il Vescovo ha detto chiaro e tondo che non si può ignorare il nostro mare, le sue condizioni precarie, le cose che vanno fatte da ciascuno di noi, uno per uno ai vari gradi di responsabilità, affinché il Mare Adriatico sia conservato e riportato a quello che era, indipendentemente dai grandi interessi economici che  indubbiamente invogliano a trasgredire piuttosto che a curare. 
Grande Vescovo.
Probabilmente sembro di parte in quanto cattolico, ma non è così, e anche se lo fosse, non avrei commesso nulla di male tifando per Michele Seccia. Grazie Vescovo.
Se qualcuno raccogliesse la palla al balzo e denunciasse eventuali fattacci che forse ci sono dietro, Giulianova farebbe la sua parte per la realizzazione dell’Enciclica.

Quanto a pulizia invece, e tocco l’argomento solo “de relato”, siamo in prima fila. Quel bel mosaico che sempre il 9 agosto ci aveva lasciato il Circolo Culturale “Colibrì” in Piazza Fosse Ardeatine è stato spazzato via in men che non si dica! 
Perché lasciarlo lì qualche giorno e magari proteggerlo e farlo vedere ai turisti ci avrebbe fatto male?
Ci sono altre cose dietro, tipo l’Associazione non ha voluto lasciarci l’opera, preferendo che i solerti “operatori ecologici” demolissero l’opera in pochi secondi?
Bisognerebbe tornare a parlare della vocazione turistica della nostra cittadina, non dei cupi interessi dei soliti pochi operatori, ma ne parleremo ancora.

lamboston

2 agosto 1980

2 Agosto 1980: l’inferno in diretta.


Era il 3 agosto 1980.

Quel giorno io, Andrea e Tonino, il sociologo e il filosofo come amavo considerarli, eravamo a Varsavia.
Nei giorni precedenti, tra il 31 luglio e il 2 agosto, avevamo attraversato da Roma trascorrendo una notte a Udine l’Austria, dormendo un’altra notte a Vienna, nel camping Wien Sud; avevamo fatto sosta a Brno in Cecoslovacchia mangiando in un Kommon Restaurant della Repubblica Socialista Cecoslovacca. Piatto unico e “posto dove capita” mangiando la sbobba che ti passavano e, al mercato rionale, le melette che in Italia davamo ai porci, avendo cura di ammirare le cose fantastiche che avevamo modo di vedere in quelle regioni dell’Oltre Cortina.
Prima avevamo passato sei ore al confine tra Austria e Cecoslovacchia perché ci consentissero di passare il confine. Spesso il nostro cuore si era fermato quando sembrava che stessero trovando i Vangeli nascosti fra le mutande e i calzini dei nostri bagagli. Ma questo non era accaduto. Stavamo andando in pellegrinaggio, insieme ad altri quarantamila, alla Madonna di Jasna Gora, e non sapevamo ancora che quello sarebbe stato ricordato come l’anno di Solidarnosc.
Poi, finalmente, eravamo giunti in Polonia. Non mi ricordo quale fosse il paese dove sbarcammo. Ma sicuramente era Polonia. La mattina del giorno dopo eravamo a Cracovia. Lì conoscemmo il cardinale Glemp, Primate di Polonia, e avemmo l’opportunità di visitare la stanza utilizzata dal Cardinale Wojtila quando era in quel posto!
A pranzo del 3 agosto arrivammo a Varsavia. Andammo a mangiare in un ristorante del centro e mangiammo come tre porci, spendendo quattro lire e urlando “abbiamo trovato l’america in Polonia!!!”. Ricordo che lasciai una lauta mancia al cameriere (ben due pacchetti di Marlboro Red). A lui sembrarono una immensità. Lo sarebbero sembrate anche a noi se non le avessimo pagate circa il dieci per cento del loro controvalore italiano!
Era proprio l’America.
In preda a questa esaltazione andammo in giro per Varsavia, sapendo che il giorno dopo saremmo andati a Osviecim che, in “italiano”, si chiamava Auschwitz!
Girando per la città acquistammo una tenda tre posti come quella che avevamo a quarantaduemila lire. In Italia ne sarebbe costata almeno trecentomila.
Poi, dirigendoci verso il centro, Andrea si imbatté in una macchina italiana con dietro l’Unità del giorno. “Una strage spaventosa. Oltre settanta morti e 200 feriti”. “Guardate qua ragazzi!” “Ma dai che si tratterà della commemorazione dell’Italicus” dissi direttamente io per smorzare i toni.
Non era così. Era successa la Strage di Bologna!
Andammo di corsa al Consolato Italiano e poi all’Ambasciata. Raccogliemmo tre notizie in croce. Ma era successo un dramma. Ben peggiore per dimensioni in rapporto alla popolazione, delle future Torri Gemelle.
Qualcuno ci aveva violato più del violabile.
Erano stati i fascisti? Sicuramente sì.
Erano collegati allo Stato e ai poteri forti? Sicuramente sì.
La storia poi ha detto che sono stati Giusva Fioravanti e la Mambro. Sicuramente efferati assassini e stragisti. Ma senza prove che siano stati davvero loro.
Passati trentacinque anni cambia qualcosa? Cambia se siano stati loro o no? Sicuramente no. Non ci crede nessuno. Sono le due vittime sacrificali volute dal sistema per poter dire che finalmente una strage l’abbiamo risolta. 
Non è vero. Non abbiamo risolto Piazza Fontana, non abbiamo risolto Piazza della Loggia, non abbiamo risolto Ustica e l’Italicus, non abbiamo risolto Moro, Falcone e Borsellino!
Perché saremmo stati così bravi da risolvere proprio la strage di Bologna? La più grande e la più perfida di tutte? Tutte puttanate.

Del dolore magari parliamo un’altra volta. Anche e sopratutto di quello personale, quello di chi era abituato a dormire, spesso la mattina, proprio alla stazione di Bologna, sala di seconda classe, e che tornando dalla Polonia, da un viaggio anch’esso indimenticabile, si trovò a dover sbirciare dalle lamiere; cosa restava del “suo” dormitorio alla stazione di Bologna. E del posto dove andava a far colazione prima di recarsi all’Università!

Ma questa è proprio un’altra storia!

FABER E IL PROGRESSIVE ROCK ITALIANO

FABER E IL “PROGRESSIVE ROCK” ITALIANO
Dovrei spiegare come sia stato possibile che un ragazzo, agli albori degli anni settanta si innamori della musica successivamente conosciuta come “progressive”, senza aver avuto nessuno che ce lo avvicinasse o particolari predisposizioni famigliari.
Il massimo di quanto si ascoltava dalle mie parti allora erano i Beatles, che si erano appena sciolti, i Rolling Stones e la musica beat italiana.
Io avevo cominciato ad apprezzare il cantautorato italiano, ma solo italiano per allora, con la morte di Luigi Tenco 4 anni prima.
Allora debbo tornare a qualche anno indietro.
Il mio maestro delle elementari si chiamava Aldo; Aldo Cialone di Teramo. Era un grande maestro, negli anni sarebbe diventato un mito di simpatia e un amico; aveva però la malattia di volermi fare imparare le poesie a memoria e qui sbatteva il muso. Mi rifiutavo continuamente e l’avrei fatto per tutta la vita. Ma una poesia, volente o nolente, mi aveva conquistato: era Johnnie Sayre, tratta dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters1. La conosco ancora a memoria, o quasi.
Fu così che nel 1971, quando uscì il disco di Faber “Non al denaro non all’amore né al cielo”, liberamente tratto dall’Antologia, l’avevo già letta tutta e conoscevo Fernanda Pivano che l’aveva tradotta e presentata e sapevo di Cesare Pavese, grande scrittore e primo estimatore dell’opera.
Anche se davvero piccolo, avevo solo 14 anni, per queste cose ero già cresciuto, e solo tanti anni dopo avrei capito quanto e quanto presto.
Conoscevo De André per La buona Novella, per Storia di un Impiegato e per la discografia della prima ora; me n’ero innamorato sentendo “Preghiera in Gennaio” in TV, la canzone che aveva dedicato al suo amico Luigi Tenco, dopo la sua morte.
Avevo solo dieci anni quando Tenco morì; lo conoscevo perché piaceva alla mia mamma, che lo amava follemente, per le sue canzoni “normali” come Lontano lontano, Angela e Un giorno dopo l’altro che, tra l’altro, era la colonna sonora di una serie di “Maigret” con Gino Cervi.
Il passaggio da “quel” Tenco a De André fu dirompente. Solo qualche anno dopo avrei scoperto che Tenco aveva scritto canzoni come “La ballata del marinaio” e cantato la sua versione italiana di “Blowin’ in the Wind” e la “Ballata dell’eroe” di De André.
Corsi quindi a comprare il disco di Faber e, ligio al dovere, mi misi immediatamente a confrontare i testi delle sue canzoni con quelli originali di Lee Masters.
Ero però già un “vecchio catto-comunista” bacchettone in pancia, per cui mi indignai tantissimo quando scoprii che Faber aveva messo una bestemmia in una canzone, quando nell’originale di Edgar Lee Masters non ce n’era traccia!2
Altrettanto di corsa andai a riportare il disco al negoziante, chiedendo scusa e con l’intenzione di comprare un altro disco.
Cominciai a guardare attentamente tra i dischi, ma non trovavo nulla che potesse placare la mia indignazione.
Finalmente restai illuminato! La copertina del disco rappresentava tre barboni capelloni a petto nudo e coperti di qualcosa di simile alla farina, il disco si chiamava “Collage” e il gruppo era “Le Orme”. Riconobbi il gruppo che qualche tempo prima era andato al Disco per l’Estate con “Senti l’estate che torna” ma, chissà come, pensai che si trattasse di qualcosa di nuovo e sconvolgente!
Stavo entrando inconsciamente nel mondo fantastico del “progressive rock” italiano e non sapevo che stavo scoprendo davvero un mondo!
Provare per credere: prova a sentire ancora oggi “Sguardo verso il cielo”, “Cemento armato”, “Collage” classicheggiante, “Evasione totale” e le altre splendide tre canzoni!
Non ne sarei uscito illeso. Qualche tempo dopo sarei diventato uno dei più grossi esperti, fra gli amici, di quella musica strana e meravigliosa, che si chiamava e si chiama “Progressive Rock”! E dopo Le Orme, i Genesis, i King Crimson, i Van der Graaf e la PFM e Banco, e ancora, ancora.
Formidabili quegli anni! E tutto legato a Fabrizio De Andrè e a uno dei suoi capolavori: Non al denaro non all’amore né al cielo!
1Babbo, non potrai mai sapere/quanta angoscia mi strinse il cuore,/per la mia disubbidienza, quando sentii/ la ruota spietata della locomotiva/mordermi nella carne viva della gamba./Mentre mi  portavano dalla vedova Morris/vidi ancora nella valle la scuola/che marinavo per salire di nascosto sui treni./Pregai di vivere finché potessi chiederti perdono/e poi le tue lacrime, le tue rotte parole di conforto!/Dal sollievo di quell’ora mi venne felicità infinita/Tu fosti saggio a far scolpire per me:/”Strappato al male a venire”. (poesia 43 – L’Antologia di Spoon River – Edgar Lee Masters
2“Ma che la baciai per Dio sì lo ricordo/e il mio cuore le restò sulle labbra” (Un malato di cuore – Non al denaro non all’amore né al cielo – Fabrizio De André; cfr. con Edgar Lee Masters “Kissing her with my soul upon my lips/It suddenly took flight” – “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra/l’anima d’improvviso mi fuggì” – Francis Turner)

ZENIT – componimento di Lamboston

ZENIT

Vedi come il sole infrange il mare l’estate?
Vedi questo meraviglioso spettacolo che si ripete ogni giorno anche se tu non ci sei?
In questi anni accade davvero ogni giorno
Giorni belli come allora
Giorni brutti come allora
Ogni mattina il sole si alza e ci regala qualcosa di bello
Ogni sera scende sul cupio dissolvi
di qualcuno un po’ mesto
La differenza è che tu non ci sei
Non hai colto l’attimo e sei fuggito
La vita è continuata è andata avanti per tutti quelli che avevi vicino
Anche per quelli che non conoscevi
E per quelli dai quali fuggivi
E per quelli che amavi e che sicuramente ami ancora
Manchi solo tu
A ringraziare Dio per questa giornata
Manchi solo tu che avresti potuto continuare a bestemmiarlo
Senza che si offendesse
Aspettando che rinsavissi
A quest’ora il sole è sempre alto nel cielo
E ancora si alzerà fino a giungere al suo zenit
Per poi scendere addormentarsi placarsi
e tornare domattina
per un nuovo spettacolo
Giulianova, ventidue sei quindici, 07,40 XXXVII

RAVE MORTALE – racconto inedito di Lamboston

RAVE MORTALE
lamboston
Stava serenamente incastrato in un silenzio d’oro, lì, davanti alla consolle e al mega schermo che gli proponeva un paesaggio idilliaco; era sorridente, quasi ebete ed estasiato nel guardare quell’atmosfera assoluta, assurda, assuefatta e piena di niente.
Stabat…
Già, come chi è presente ad ogni impulso elettronico e digitale, attento ad ogni minima cosa che si muovesse fra i vari “social” ai quali partecipava vivamente…
Aveva partecipato l’ultima volta a un rave digitale, dove ci si incontra immaterialmente, senza cattivi odori umani, senza mescolanze, senza quegli antipatici e poco igienici contatti fisici…, era stata una grande festa, nella quale aveva avuto la buona sorte di non dover chiedere a nessuno un po’ di spazio, perché ce n’era tanto nell’immaginario; aveva goduto virtualmente delle trasgressioni del rave, con la musica che preferiva, ben conscio che ciascun partecipante al rave ascoltava contemporaneamente la musica che preferiva, anche se era diversa.
Era stato bello partecipare a quello sballo collettivo senza uscire di casa.
Un altro giorno invece era stato ad una conferenza digitale, si parlava di cose interessanti: social network, cuffie, chat, siti di incontri virtuali, insomma di tutte le cose per cui vale la pena di vivere, senza frammistioni e pericolosi assembramenti.
Senza doversi per forza coinvolgere fisicamente.
Era stato fra i più attivi: aveva anche parlato di sensazioni, sentimenti, cose giuste; aveva deciso di iscriversi a un partito virtuale, prendere una laurea online, incontrare qualche ragazza sul web con la quale flirtare e da conoscere, ma senza troppi incontri ravvicinati.
Questo sì che lo rendeva felice, sereno; così poteva affrontare la vita, magari avrebbe anche trovato un lavoro in casa, potendo anche lavorare di notte se di giorno avesse dovuto chattare o avesse avuto qualche altro interesse. Davvero una cosa figa…
Invece quel giorno in treno (costretto a prenderlo per rientrare a casa nella maniera più anonima da una obbligatoria lezione in facoltà), mentre era intento al suo tablet e già era concentrato in multitasking con tutto il mondo vero, aveva avuto la fastidiosa sensazione di essere osservato e questo lo aveva un po’ seccato. Aveva alzato la testa e aveva visto una ragazza che lo osservava.
Era strano: lei era sorridente e disincantata, aveva un libro in mano e improvvisamente gli chiese cosa facesse e dove andasse.
Ma sono domande che si fanno? si chiese e comunque non aveva saputo ben rispondere, in fondo neanche erano amici su facebook, “cosa posso dirle? e perché dovrei?”
In qualche modo le rispose e chiacchierarono anche un po’; non avevano molte cose in comune, sembrava, in quanto lei mostrava tanto interesse per cose superate, come uscire, socializzare fuori di casa e senza User Id e password, che garantivano certamente l’autenticità ed evitavano quindi cattivi e non graditi incontri, ma comunque continuarono a parlare.
Alla fine lei gli chiese se poteva avere il suo numero di telefono così magari si sarebbero sentiti ancora e, chissà, rivisti.
Lui le aveva risposto dandole il suo nick su fb “troviamoci là, chiedimi l’amicizia”; poi lei era scesa e non aveva più sentito la sua presenza.
Era rimasto solo quel fastidio fisico, quella strana sensazione, antipatica davvero, di essere scombussolato, quasi quella bella presenza l’avesse turbato, avesse smosso qualcosa al suo interno che non era governato dalla chat, e quindi insopportabile, fuori dal senso comune.
Che si fosse trattato di infatuazione, di attrazione fisica? Mah… una cosa terribile e mai provata, fuori dagli schemi.
Poi era tornato a casa e si era rimesso al suo posto “social”, in attesa di incontrare qualcuno, o magari lei, e si era reinserito nel mondo… Non l’aveva incontrata, forse perché lei non era iscritta, o forse perché non aveva voluto continuare così, chissà.
Certo di tanto in tanto si fermava e provava a ricostruire quei momenti fastidiosi di quel pomeriggio sul treno, quando qualcuno aveva provato a distrarlo dal suo mondo, e quando lui aveva avuto una strana vitale sensazione.
Il turbamento a volte tornava, ma poi, per fortuna, rientrava nella normalità della sua splendida vita.
Fino a che era rimasto lì’. Fermo, serenamente incastrato in un silenzio d’oro, nel suo comune, sereno e rassicurante silenzio d’oro.
Continuavano a sfilare, sullo schermo, le news della home, con le immagini tutte colorate, con la condivisione di foto di tutti i suoi amici virtuali; ecco, aveva 13 richieste di amicizia, 18 notifiche, 3 inviti, ma lui non vedeva più nulla.
Era lì, con lo sguardo trasognato, sorridente, quasi ebete, dimentico di respirare, ad attendere qualcosa che non sarebbe mai più accaduto, morendo di nostalgia.
Ma cos’era la nostalgia? Non conosceva neanche quella…

FRANCIS SCOTT FITZGERALD – LA MERICA – SCRITTORI DEL ‘900

FRANCIS SCOTT FITZGERALD
Mi piace pensare che Francis Scott Fitzgerald, il padre e il cantore dell’Età del Jazz, sia nato a Saint Paul, nel Minnesota, la città dove trent’anni dopo sarebbe vissuto il papà di Charlie Brown, il cantore della purezza e del disincanto deiPeanuts, Charles M. Schulz.
Scott Fitzgerald, cantò con le sue innumerevoli “tales” il periodo tra la fine della grande guerra e la grande crisi con il disincanto di chi vive pienamente un periodo di riflusso, ne gode e ne soffre le contraddizioni come un buon americano medio, vive del lusso e della sfrenatezza e sregolatezza del periodo; lo esalta, o così dà a vedere, ne racconta in maniera trasgressiva e insieme rispettosa, come il suo amico-rivale Ernest Hemingway, le esagerazioni e le esasperazioni, esaltando l’immagine del potere del denaro e, nello stesso tempo, deridendolo dall’interno dello stesso sistema, come ne “Il diamante grosso come l’Hotel Ritz”, nella raccolta “Racconti dell’età del Jazz”.
La vita sfrenata nel lusso e nella dissolutezza insieme alla moglie Zelda, ne danno l’idea di un uomo perfettamente allineato al sistema di vita americano dell’epoca, assolutamente fuori dalla cultura umanista; in realtà egli è attratto da quel sistema e nello stesso tempo ne è provato e “fu in quell’atmosfera di disgusto per la volgarità borghese della pseudo-ricchezza da un lato e per l’incapacità e la debolezza della pseudo-aristocrazia dall’altro che Scott crebbe, a disprezzare e insieme invidiare i ricchi e gli aristocratici; di fronte agli aristocratici provando insieme invidia per le nobili origini e disprezzo per l’inefficienza, e di fronte ai ricchi provando insieme disprezzo per la volgarità e invidia per l’efficienza e l’energia.” (Fernanda Pivano).
I personaggi principali dei suoi romanzi erano personaggi che avevano raggiunto o che avevano fatto di tutto per raggiungere la ricchezza, e che da quella stessa ricchezza o dal loro desiderio erano stati distrutti. E’ stato messo in risalto quel che Scott Fitzgerald denunciava: un’accusa contro il veleno del denaro, visto come mortale e per cui non sembravano esistere antidoti, denunciando la manipolazione esercitata mediante quel denaro su coloro che non lo posseggono, spesso fino alla loro rovina psichica e disintegrazione morale.
Come contraddizione scrisse spesso racconti solo per far soldi, per poter permettere alla moglie i lussi che desiderava; ma altrettanto spesso si elevava in maniera ironica e sarcastica contro tali idoli.
Fitzgerald giunse a Parigi nel 1924 per far parte, pur da esterno e da provocatore, della “gioventù maledetta” di scrittori americani emigrati in Europa, e tendenzialmente a Parigi. Vi arriva con la moglie e con il loro carico di entusiasmo e contraddizioni. La sua narrativa e la sua vita avrebbero finito per presentare un parallelo molto evidente, corrispondendo la problematica di una gioventù alla ricerca d’una perfezione irraggiungibile. Da ciò il desiderio di primeggiare fra gli studenti di Princeton e quando si era arruolato nell’esercito, la sua invidia per quelli che erano andati al fronte, sfidando il pericolo, si era fatta pungente, visto che a lui era toccata solo una squallida esperienza di caserma, rievocata con sarcasmo nel suo romanzo “Belli e dannati”.
Nel 1925, il suo capolavoro: “Il grande Gatsby”, nel quale si delinea la tragedia d’un amore impossibile del protagonista per una donna fatua, legata ad un matrimonio di convenienza, nel mondo ovattato ed egoista delle ricche ville di Long Island, che lo porta verso una morte senza significato, solo per il banale errore d’uno sprovveduto meccanico che l’ha confuso con l’amante della moglie…
Fu nel famoso salotto di Gertrude Stein in Rue de Fleurus che Fitzgerald conobbe Hemingway e da allora ebbero l’occasione di conoscersi e stimarsi, pur tanto diversi come uomini e come artisti. La decadente raffinatezza di Scott e la sua incerta salute davano un certo fastidio al sanguigno Ernest, ma il loro rapporto sarebbe sempre stato di stima e amicizia anche se, dopo Parigi, non si sarebbero più incontrati.
Poi per Scott sarebbe arrivato il crollo: la crisi del ’29, la progressiva pazzia di Zelda, il mediocre approccio col mondo del cinema, la malattia e la morte a Hollywood, regno di tutte le false illusioni. Aveva poco più di quarant’anni.

“LA MERICA” – POETI E SCRITTORI – PRELUDIO – WALT WHITMAN

WALT WHITMAN
West Hills, NY, 31 maggio 1819 – Camden, NJ, 26 marzo 1892
Chiunque tu sia, metto ora la mia mano
su di te, perché tu sia il mio
canto.
Accosto le mie labbra per sussurrarti
all’orecchio
che ho amato molti uomini e donne
ma non amo nessuno più di te”.
Walt Whitman fu il primo anche tra noi che leggiamo e scriviamo qui, considerando che si autopubblicò. Certo molte volte noi lo facciamo perché è difficile trovare chi lo faccia per noi, perché siamo tutti scrittori, me per primo, e nessuno lettore; ma magari anche tra noi ce ne sono di bravi, di bravissimi e la moda del momento preferisce pubblicare anche chi non sa scrivere, ma “non sa scrivere ma scrive cose rassicuranti”. Ecco che allora il nostro Walt dichiarò, ormai avanti con gli anni, nel 1888, che l’esigenza di auto-pubblicarsi gli era nata con questo pensiero: “Se scrivete cose non conformiste che intendono mettere in dubbio il pensiero della gente, potreste aver bisogno di pubblicarle voi stessi”, e concluse con l’esortazione ai giovani letterati a “diventare stampatori esperti”.
Whitman ha cantato l’amore tra lo scrittore e il lettore, la trasgressione, l’immagine di Dio nell’uomo, l’infinito cammino di rinascita dell’America, lo stesso concetto di democrazia = uguaglianza, la visione di Cristo come colui che ci cammina a fianco, l’unicità di corpo e anima.
Per lui l’azione poetica è un amplesso dove il poeta feconda il lettore: credo che niente sia più bello di questa immagine per descrivere la “mission” del poeta, in questo concetto afferma che “la libertà è solo un mezzo, il fine è la felicità”.
Foglie d’erba” è un poema dantesco dove il poeta ci invita però a “schiodare i catenacci dalle porte, a schiodare le porte stesse dai cardini!”, divenendo il “cantore universale dell’umano”; “poeta del corpo e dell’anima”, qualità universale e non sua propria, che rende l’uomo capace di vedere il sé visibile come parte del tutto non percepito, quindi parte dell’eternità, riprendendo San Paolo.
Whitman rende omaggio a Dio che ha fatto dono all’uomo dell’amore fisico, gioioso e della solidarietà divina: non vive quindi di nostalgia del passato ma della rivendicazione del futuro.
Chi sa dire questo sa dire poesia, chi può descrivere queste cose che seguono, non poteva fare altro che sconvolgere un secolo successivo di letteratura in un paese bacchettone e prostituta:
i pittori hanno dipinto gruppi affollati
con la figura al centro.
E dal capo della figura centrale si
effonde un alone di luce dorata.
Ma io dipingo miriadi di teste, ma
nessuna senza il suo alone di luce dorata.
E per mano mia dal capo di ogni
uomo e donna la luce fluisce
scorrendo luminosa per l’eternità.”
Se non riesci ad afferrarmi subito, non
ti scoraggiare.
Se non mi trovi in un posto, cercami in
un altro
io da qualche pare mi fermo ad
aspettare te.”
E so che la mano di Dio
è la promessa della mia
E so che lo spirito di Dio è fratello
del mio
e che ogni uomo nato su questa terra
è anche mio fratello
e che ogni donna mi è sorella e amante
E che la chiglia della creazione è amore!”
Nei volti di uomini e donne vedo Dio e
nel mio stesso volto allo specchio
trovo lettere lasciate cadere per
strada da Dio e ognuna è firmata col
nome di Dio”

VIENE QUALCOSA DI BUONO DALLA MERICA?

“La Merica la Merica” dicevano i nostri nonni quando tornavano da lì per una visita, per fare un figlio, per comprare un altro pezzo di terra alla famiglia che cresceva e stava a casa, o magari per non ripartire più.
E raccontava, raccontava, dicendo qualche parola, dalle parti mie, in anglo-abruzzese, che è una lingua particolare, studiata, piena di cultura, quando per cultura si intende “la cultura della terra”, “la cultura della famiglia”.
Mia nonna raccontava sempre queste cose, di “brucculin”, delle stalle dove venivano accolti, e della sua lingua nuova, con la quale si diceva “uats-iur-nem?” per dire “come ti chiami?” e “uar-iu-uan?” per sapere “come stai?”.
Di tanti sacrifici ci hanno raccontato, tante cose sono state dette delle sofferenze, dei soprusi subiti dai nostri nonni, tanto si è parlato di Nick e Bart: e sono tutte cose importanti che ci hanno formato, come della Merica ci ha formato la guerra, il Vietnam, la superpotenza, e Kennedy e tanto altro.
Ma in quegli anni la nostra particolare storia di emigranti, di sudditi, ci ha nascosto dei grandi tesori, perché la Merica per noi era il “panem nostrum quotidianum da nobis hodie” e i nostri genitori, allora bimbi, attendevano il ritorno dei loro e l’arrivo degli “sghei” per poter mangiare.
Non sapevano nulla dei grandi tesori, non sapevamo che oltre alla Merica c’era l’America, e che anche lì c’erano scrittori e poeti e artisti e matti come noi che credevano che scrivendo avrebbero cambiato il mondo o giù di lì. Di questo vorrei che parlassimo, di cosa bolliva in pentola nei primi decenni del XX secolo in America, e quindi di Hemingway, di Dos Passos, di Scott Fitzgerald, Ezra Pound e Lee Masters ed Eliot, e ancora dopo della Beat Generation e Allen Ginsberg, Ferlinghetti e Cassidy e Corso e Kerouac, fino a giungere a Woody Guthrie e Arlo e Bob Dylan e ancora e ancora…
Ma prima di loro vorrei parlarvi di Walt Whitman! Il padre di tutto ciò. Chi era costui? Non ci sono molte parole per descriverlo, se non che era il padre di tutti e che ha “inventato” la poesia americana, un modo sereno, violento, schietto di dire le cose, intrise di una grande spiritualità. Ma più che parlare io, che sono poco adeguato, vorrei aprire questa discussione con due piccoli stralci di “Leaves of grass” (1855). Poi, se la cosa ci piace, possiamo continuare, altrimenti vi avrò invitato a una grande lettura, per chi non lo avesse mai conosciuto e a una riscoperta per chi già lo ama
Ascolta, disse la mia anima, scriviamo per il mio corpo
(in fondo siamo una cosa sola) versi tali che se, da morto, dovessi invisibilmente
tornare sulla terra, o in altre sfere, lontano, lontano da qui,
e riassumere i canti a qualche gruppo di compagni (in armonia col suolo, gli alberi,
i venti, e con la furia delle onde),
io possa ancora sentire miei questi versi, per sempre,
come adesso che, per la prima volta, io qui  e ora,
segnando per l’anima ed il corpo, firmo col mio nome
Walt Whitman

della vita immensa in passione impulso e potenza,
per le azioni più libere compiute sotto le leggi divine,
dell’uomo moderno io canto
(one’s self I sing – walt whitman)
lamboston

presente su Meetale.com e su storiacontinua.com

Bene bene.
Dal 18 marzo un mio libro è presente su Meetale.
Il self-publishing comincia a diventare realtà anche per me.
Ho pubblicato il libro di poesie “lamboston: la tigre e la resistenza” che sul sito è scaricabile gratuitamente; qui però può arrivare gente che legge il mio sito o il mio blog, niente di più: di là c’è una schiera di iscritti, tra chi scrive e chi legge e comunque è un sito frequentato, sicuramente più del mio blog.
L’unico scopo è quello di essere contattato. Su meetale.com si può accedere anche senza registrarsi e anche questa è una cosa positiva: non costa neanche il tempo di registrarsi…

Da oggi 20 marzo sono stato scelto da storiacontinua.com dove hanno recensito il mio romanzo “red nose e il delfino blu”.

Collaboro anche con il blog su minimee.altervista.org