ponzio pilato

TESTIMONIANZA DI PILATO

In fondo non ero neanche romano ma sannita, abruzzese direste oggi, un cafone delle montagne, la stessa gente che crede a San Rocco e che, come diceva Silone, si portava dietro il suo stendardo pure alle adunanze del duce, che neanche sapevano chi fosse…

Avevo fatto la mia brava carriera di soldato, lentamente, per giungere, dopo tanto tempo, a fare il Prefetto in quella terra lontana, ma che, così era normalmente, non avrebbe dovuto darmi tanti grattacapi.

Sì, c’era qualche sommossa qui e là, quale Zelota un po’ troppo zelante, qualche lite con il Sinedrio e le corti ebree, ma niente di più, così era successo anche ai miei predecessori. Un buon posto dove far carriera come comandante, per poi magari rivestire qualche incarico di prestigio nell’Urbe. Il sogno di tutti noi.

A me proprio non doveva andare così, evidentemente. Possibile che proprio a me, dico proprio a me doveva capitare quel tale, quel Yehoshua Ben Josef che mi ha turbato l’anima?

Non parliamo dei capi del Sinedrio, di Annah e Caifa, suocero e genero, sempre e solo alle prese con il potere, il danaro e tutto quello che gli sta attorno; ignoranti, tutti presi dalla loro religione bacchettona, dove conta quello che dici e non quello che fai e circondati da tanti e tali sacerdoti servi che avrebbero fatto di tutto per accontentarli, aspettando il loro turno di gloria.

Lascia stare il popolino che da tutte le parti dell’Impero è sempre così: invidioso dei romani, geloso delle sue cose e delle sue tradizioni, pieno di diffidenza e riottoso a onorare Cesare. Gente ignorante che non riesce a capire quale onore possa portare essere sudditi di tanto Imperatore di Roma e del mondo intero!

No, parlo proprio di Lui. Di sette ce ne sono state tante in quel territorio, durate un po’ più un po’ meno, ma niente di così devastante. Bastava che qualcuno facesse fuori il capo e… basta, fine della festa, della fiera e della nuova religione. Ne sorgeva una in ogni quartiere quasi. Il primo che si alzava in piedi diceva “sono io il Messia” ed ecco una pletora di Ebrei ad osannarlo, fino a che, appunto, non veniva fatto fuori da qualche altra Setta o da qualche potentino di turno, magari geloso della popolarità acquisita dal nuovo Messia del posto.

Questo qui no. Proprio no. Aveva cominciato a dar fastidio appena nato, quando il Re di queste parti, un certo Erode il Grande, siccome si diceva che era nato il Re dei Giudei, per evitare questa tragedia di chi avrebbe potuto usurpargli il trono, fece uccidere tutti i nati maschi di Betlemme, villaggio di Gerusalemme. E il nato rompiscatole era proprio Lui.

Trent’anni dopo, ero io Prefetto e Re il figlio di quell’Erode, Erode Antipa, noto a tutti per essere concubino con sua cognata, Erodiade, moglie di un suo fratello, di nuovo si prsenta questo Yehoshua o Gesù, prima a seguire Giovanni il Battista (che tra l’altro era suo cugino) e poi a capo di una fazione di gente, a cui predicava di essere Lui il prescelto, l’Unto del Signore, il Cristo che tutti stavano aspettando, ma che il suo Regno non era di questo mondo.

Io seguivo queste cose così come tutte le altre bizzarrie del posto e ne sorridevo, mentre governavo la mia zona con zelo e attenzione; non potevo schernirlo ad alta voce in quanto mia moglie, la splendida Claudia Procula, era diventata molto attenta alla religione ebraica e seguiva con interessa le gesta di questo nuovo Messia! Bah, che ci trovava poi… Ma sai come sono le donne, qualcosa devono pur fare nel tempo libero. E meglio la religione piuttosto che andarsi a cercare qualche giovane e prestante Centurione.

Quel giorno, quel benedetto giorno, mi portarono davanti Gesù, povero cristo, sballottolato e indifeso, in mezzo a una masnada di vocianti che ne reclamava la morte; la cosa strana era che a capo di questa folla c’erano proprio Annah e Caifa! Per la miseria, i pezzi grossi del Sinedrio si erano mossi per questo poveraccio. Ma cosa era successo? Era comunque un fastidio, ma un conto è dare udienza a qualche sfaccendato e isterico ebreo, altro è avere al cospetto questo genere di personaggio, comunque pronto a tutto per ottenere ascolto e soddisfazione.

Stetti a sentire le loro ciancerie quando, nel frattempo, mi arrivò un messaggio di Claudia per mezzo di un messo: Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua “.

Qui la cosa si complicava: non era più la semplice storiella del nuovo Messia e basta. Qui c’entrava anche mia moglie e per me era cosa grossa, inoltre non riuscivo a vedere cosa potesse aver combinato quest’uomo di tanto grave da essere messo a morte! Proprio non riuscivo a capire.

Decisi di liberarmene: “Se è di Nazareth non fa capo a me, se ne può benissimo occupare Erode Antipa, visto che è il suo Regno quello che cerca!” e poi, ragionavo tra me e me, non ha fatto nulla contro l’Impero. Che mi frega. Lo mollo a Erode, così la smette solo di mangiare e gozzovigliare (e poi mi sta pure antipatico) e fa qualcosa che lo riguarda direttamente.

Dissi questo anche perché Erode aveva tante cose da farsi perdonare dal suo popolo, per le tasse doppie, le iniquità, le porcherie che combinava; e inoltre perché era già stato capace di far decapitare quel povero diavolo di Giovanni il Battista, per un capriccio della bella Salomé, figlia della sua concubina; avrebbe risolto anche questo caso.

Ma dopo un po’ ecco che Erode, non si sa perché, me lo rimandò, vestito di una veste regale tutta strappata.

Le stranezze non finivano mai ed io ero sempre più preoccupato. Non riuscivo proprio a trovare nulla su questo cialtrone, se non che, appunto, farneticava, quelle poche volte che apriva bocca, di Regni non di questo mondo, di giochi di parole.

Mi infuriai anche con lui e gli dissi: “Ma Gesù, ti rendi conto che potrei farti uccidere? Dammi una mano e risolviamo la faccenda con una fustigazione, no?”

Niente da fare:

Tu non hai nessun potere su di me”, rispondeva.

Chiesi allora al popolo, visto che era una festa di riguardo, di scegliere chi rilasciare: lui o Barabba, quel tale zelota che ne aveva combinato di tutti i colori e che era proprio odiato dai suoi compatrioti, che ne avevano paura.

Niente da fare. Chiesero che liberassi Barabba! e ancora non capivo cosa avesse fatto di male questo Gesù, figlio di un falegname che si proclamava “solo” Figlio di Dio.

Lo feci fustigare secondo la tradizione giudaica: 39 frustate per i blasfemi; non bastò neanche questo, lo volevano proprio morto, e Crocifisso per giunta! E mi ricattavano dicendo che se non lo avessi fatto non servivo Cesare.

A me, che della dedizione a Cesare avevo fatto il mio verbo! Ma stiamo scherzando?

Ero angosciato, provate voi una volta, una volta sola, a dovervi prendere una responsabilità così grande: mi misi a urlare quanto era grande il cielo, si fece silenzio ovunque quando urlando andai a lavarmi le mani insanguinate per averlo toccato e dissi: “io non sono responsabile del sangue di quest’uomo! E’ innocente” e glielo lasciai, a quella folla inferocita, che lo crocifiggessero pure insieme ai due ladroni per la miseria! Cos’altro potevo fare?

Solo più tardi, dopo quel terremoto che ci fu dall’ora sesta all’ora nona, venne da me quel mio compaesano mezzo orbo, che mi ero portato in Giudea dall’Abruzzo, Longino e mi disse che lo aveva trafitto al costato, come da mio ordine, per verificarne la morte, e da lì erano usciti acqua e sangue. Dell’acqua lo aveva raggiunto sugli occhi e ora vedeva bene.

Veramente costui era Figlio di Dio”.

E veramente avevo combinato un bel macello quel giorno, con la mia fottuta paura delle folle e di quel che avrebbero potuto dire al mio Cesare sul mio conto.

E’ passato tanto tempo da allora e ancora non mi faccio capace. Ma davvero per me era innocente…