tre e trentadue

Il fiato, gli mancava il fiato capisci? Si stringeva a me, quasi per aggrapparsi alla vita, ma almeno le gambe le aveva rotte, e quella lastra sul torace, oddio che brutto ricordo, probabilmente gli aveva leso i polmoni, ecco perché faticava a respirare, povero amore mio; ecco perché faticava, lui così forte, così protettivo, ed io che non potevo fare niente, niente per lui, niente per me, anche io ero bloccata.

Ma che diavolo era successo? Ah già mamma, non puoi renderti conto se non te lo racconto, ma è brutto, è faticoso ricordare e raccontare quella maledetta notte, quella che ci ha cambiato definitivamente la vita, a me, a lui, e a tutti gli aquilani per la miseria.

Dai, cerco di farmi forza, ormai un po’ di tempo è passato, ce la posso fare. Scusami se qualche volta… Già, qualche volta, qualche volta: “quella” volta maledizione!

Del resto è bene ricordare.

I

Quell’esame di filologia romanza era stato proprio tosto. Era la terza volta che lo provavo e proprio non riuscivo a superarlo.

Diego mi aiutava, lui era bravo in tutto, riusciva a fare mille cose senza distrarsi: studiava, giocava a pallone, andava in palestra, usciva con me, mi aiutava… quante cose era capace di fare il mio Diego. E ora…

Quell’esame dicevo. La mattina del sabato andai a farlo con una paura fottuta, ma presi coraggio, ebbi anche un bel po’ di fortuna, e riuscii a superarlo anche se lui non c’era. Non c’era perché non ce l’avevo voluto, come per scaramanzia e io avevo preso 26. Un passo avanti, ed ero felicissima.

Quando arrivò in Facoltà mi vide da lontano e mi chiamò forte: “Ale! Ale! Sono qui. L’hai superato? Certo che sì.”

Mi abbracciò e via di corsa a festeggiare al nostro bar al Corso.

L’indomani ci vedemmo in Chiesa, ché avevo promesso di andare sulla tomba di San Pier Celestino, se l’avessi passato quell’esame; e allora andammo pure a messa. Non che fosse una cosa frequente, come molti italiani siamo cattolici a rate, ma ci sembrò giusto così.

Il giorno passò così in fretta e poi la sera c’era la festa di compleanno di Sara, un po’ fuori dal centro: avremmo passato una bella serata da Sara, con tutti gli amici, con l’esame superato, io e il mio cucciolo. E poi dopo la festa sarebbe venuto a dormire da me. Le altre erano tornate a casa dai genitori e casa, per una volta, era tutta per me!

Maledizione, sarebbe stata l’unica e ultima.

 

Andammo a casa verso le due di notte. Facemmo l’amore, poi la stanchezza ci travolse e ci addormentammo felici sul mio lettone, uno a fianco all’altra, mano nella mano.

Poi quel tuono tremendo e quell’orologio che si ferma alle 3.32.

II

Dopo quel rumore infernale, tutta quella roba che ci viene addosso e ci dilania le carni. Io sento un gran dolore, ma sento Diego che urla, un urlo forte, poi fievole, fievole, lento, riesce ad allungare la mano verso la mia, le stringiamo.

Dio, non posso di più; è tutto buio e il silenzio è ancor più assordante del rumore di prima. Mi sento un macigno addosso, come se avessi sopra una casa, non posso muovere le gambe, sono bloccate, deve esserci caduto addosso tutto il soffitto… ma cos’è stato? Un terremoto, un terremoto, se ne parlava in questi giorni, ma ci hanno detto di stare tranquilli…

Mi devo esser fatta la pipì addosso, sono tutta bagnata, accidenti e non posso pulirmi. Ma io sto bene. Diego si lamenta e respira male. Sento che ha qualcosa addosso al petto, forse un muro, un pezzo di muro, di legno, che ne so. Accidenti alle case vecchie, accidenti al terremoto.

“Amore amore, rispondi, come va? Tieniti sveglio”

“Tesoro ho tanto dolore, non… non riesco a respirare, ti prego tirami su, ho qualcosa sul petto”

“Non posso amore, non riesco, ma vedrai che verranno a tirarci fuori; siamo vivi e questo è importante. Ce la faremo, dai”

“Sì amore, ce la faremo… Poi riprenderemo le cose come prima, poi poi… ci sposeremo, poi…”

Poi, ma ora?

“Perché non arrivano? Mi manca il fiato, ti prego aiutami a respirare, dammi la mano”.

Intanto mi passa davanti tutta la vita, quella con Diego, con voi, la scuola, i capricci per i vestiti, le liti con papà… Chissà se vi rivedrò.

 

E intanto passano le ore, ma non so neanche come si contano le ore accidenti, e non posso fare niente, e mi fa male tutto e mi sento debole… Che silenzio pazzesco, ce la faremo? Dio ce la faremo? Ci aiuti per favore?

Ma se non ci hanno aiutato le previsioni, se siamo qui con le case di cartapesta! Chi vuoi che ci aiuti per la miseria!

E cerco di vedere qualcosa dagli occhi del cuore, di ricordarmi un colore, un profumo, un attimo, una farfalla che vola, in questo buio dannato e in questo spazio dove sono immobile, senza poter fare nulla se non pregare, senza poter aiutare il mio Diego che sta peggio di me.

 

Ecco, ecco ora comincio a vedere, c’è un minimo bagliore che viene da fuori, come se ci fosse uno spiraglio.

“Che bello, se c’è uno spiraglio, anche lontano, c’è aria amore! Amore… Diego!! rispondi ti prego!”

“Ah am…ore mio. Sì, ci sono, ti prego, ti prego aiutami, ho freddo, ho tanto freddo”

“Tesoro resisti, ti abbraccio e ti scaldo come tu fai sempre con me”

 

Dio, Dio che situazione. Non ce la fa… non riesce e io come faccio? Accidenti, altro che pipì addosso, adesso vedo meglio… mannaggia é sangue! Sono in un lago di sangue e chi ci aiuta ora?

Non viene nessuno, nessuno.

“Amore ricordi che ieri siamo stati in Chiesa? Ricordi l’esame di filologia? E tu che sei venuto a prendermi, e il bar e la festa da Sara, e il nostro amore? Diego, rispondi, ti prego…”

“Sì Ale, eccomi. Ho freddo… ho tanto freddo, non ce la faccio a respirare”

“Se almeno arrivassero i soccorsi…”

 

Sento dei rumori, da lontano delle voci! Arrivano, c’è qualcuno lassù, sì…

“Ehi, c’è qualcuno lassù? Sono io sono Ale col mio ragazzo! Aiutateci, aiutoooo…”

Non rispondono e Diego trema come una foglia, ha le mani ghiacce, non ce la fa!

“E come faccio senza di te amore? Come faccio? Diego, cuccioletto, ti prego, amore, rispondi…”

Un sibilo. “Sì, amore, sto bene, sto be..”

“Oddio Diego, amore! Amore! AMORE! No, non lasciarmi. Aiuto! Lassù, fate qualcosa! Diego sta male, maledizione! Aiuto!”

 

Niente, rumori, niente. Qualcosa si muove lassù, sento voci concitate e lontane. Ma Diego, Diego non risponde più. No, non è possibile. E ora che faccio?

 

“Ehi, chi c’è sotto? C’è qualcuno?”

Mio Dio, ci sono, stanno arrivando.

“Sì, ci sono qui io , Ale, con Diego. Ma Diego non mi risponde, è freddo. Vi prego aiutateci!”

“Ale, Ale, attenzione, non ti muovere ché ti veniamo a prendere, non ti muovere, ci siamo. Resisti ancora un po’, arriviamo, eccoci...”

Nell’attesa devo essermi addormentata.

 

III

Si, stavano davvero arrivando, mamma. Ma Diego non ce l’aveva fatta. Era morto fra le mie braccia. Ah, mamma. Non l’avessi mai portato a casa mia, mamma. Fossimo rimasti a casa di Sara ancora un po’… chissà…

E ora, i nostri sogni? Quelli di tanti come noi dove vanno?

Sai, a volte mi chiedono come sto: a me?

No mamma. Neanche io ce l’ho fatta a salvarmi.

Ma ora qui sto bene.